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“Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia: la recensione del libro

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Il libro di Andrea Tarabbia è un romanzo storico che ricostruisce la vicenda di Gesualdo da Venosa

Carlo Gesualdo da Venosa è un personaggio che ha attirato narratori e studiosi di ogni genere, dai musicologi agli autori di teatro, dai cineasti agli scrittori. Musicista geniale del tardo Rinascimento meridionale (i libri di madrigali sono opera di straordinaria unicità), il principe di Venosa ha legato il suo nome, e la sua fama, non solo alla sua attività di compositore, ma anche all’efferato delitto di cui si macchiò: l’assassinio di sua moglie Maria d’Avalos e dell’amante di lei, Fabrizio Carafa, colti sul fatto in un’imboscata architettata con terribile precisione.

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Madrigale senza suono, la storia

Su questa vicenda Tarabbia architetta quello che è a tutti gli effetti un romanzo storico, che, come insegna la tradizione, ruota attorno al ritrovamento di un documento inedito (“Naturalmente, un manoscritto…” diceva Eco all’inizio del suo Nome della rosa, a sancire una tradizione autorevole). Ma la cornice della finzione in questo romanzo raddoppia. Perché anche lo scopritore dell’inedito (una biografia di Gesualdo scritta da uno dei suoi servitori) è personaggio storico e illustre. Si tratta di Igor Stravinskij, a cui viene riservato il ruolo di commentatore “a distanza” della vicenda. Le sue chiose accompagnano la narrazione, con degli incisi che inframezzano le pagine del manoscritto ritrovato, e in un certo senso le raddoppiano, sovrappongono le storie dei due compositori.

Stravinskij, che fu davvero ispirato e ossessionato dal musicista irpino, nel romanzo ci restituisce una storia che insiste sui momenti oscuri di un uomo che insegue una perenne e tormentata gravitas, nella vita e nell’arte. Allo stesso tempo il dialogo a due — l’avanguardista di ieri e quello di oggi — si dipana in una sorta di doppio “autoritratto allo specchio” alla maniera dei grandi pittori tardo-rinascimentali, che illumina e deforma ad un tempo quanto viene riflesso.

Tarabbia - Madrigale senza suono

Il nostro commento

Madrigale senza suono è un romanzo che recupera nella scrittura l’atmosfera manierista delle situazioni narrate (ma che non disdegna inserti gotici), e in cui i tempi e i luoghi si affastellano, avvolti dalla spirale del racconto. Racconta una storia illuminata da pochi raggi di luce — ma sferzanti, come quelli di Caravaggio — nel quale i personaggi compaiono come ombre e spettri. Tutti i personaggi, quelli di finzione e quelli storici. E questi ultimi si manifestano rapidi, e hanno davvero la parvenza di fantasma. Come quello di Giordano Bruno e dei suoi infiniti universi. O la spettrale inquietudine poetica di un Torquato Tasso in crisi creativa e nevrotica. E la crescente inquietudine del principe, il suo disperato cupio dissolvi nelle pagine della cronaca (se poi è davvero cronaca e non forse autobiografia…) trova una conclusione che non può essere altro che lo scavo profondo e definitivo in un abisso senza ritorno.

Gesualdo, Bruno, Tasso, Caravaggio, Stravinskij sono tutti rappresentanti delle innumerevoli possibilità della composizione artistica. Come riflesso dell’infinita mutabilità dell’universo, della sua incomprensibile vastità. Il loro è un tentativo disperato di mettersi in contatto e far convivere l’infinitamente grande e sempre cangiante realtà con le sempre aperte possibilità dell’arte (notevole in questo senso la sequenza della spiegazione dei rapporti tra intervalli musicali e moto dei pianeti, in una scena che ricorda il piano sequenza iniziale di Le armonie di Werckmeister di Béla Tarr). Gli accordi e le progressioni non canoniche di Gesualdo (e di Stravinskij) sottendono questa tensione, che è la tensione stessa della scrittura letteraria. Ossia svelare la complessa relazione tra le cose, e scardinare la visione ordinaria degli ordini imposti.

Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono, Bollati Boringhieri 2019, pp. 373, €16.50

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