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Intervista a Marco Billeri: “Le mie arti applicate come fonte di rinascita”

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La lavorazione dei marmi antichi e delle pietre dure è stata la via di salvezza per l’esistenza dell’artista e artigiano Marco Billeri, messo a dura prova da un morbo degenerativo

Il Festival delle Arti “Nuvola Creativa” presso il Macro di Roma, intitolato “Domino/Dominio – per gioco e per davvero”, ha sviluppato quest’anno delle tematiche attuali, tra cui quella dello strapotere dei potentati, cui è imputato il collasso del pianeta Terra. L’evento, fortemente voluto da Antonietta Campilongo, è stato un’occasione piacevole per conoscere valide personalità. Sicuramente Marco Billeri è uno di queste.

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Egli nasce a Roma il 6 ottobre 1968 e nutre da sempre un grande interesse per la storia e per l’arte antica. Associate a una manualità spiccata, queste passioni lo inducono presto a cimentarsi nella manipolazione di materiali ispirati al passato. Si affaccia al pubblico nel 2016, partecipando ad alcune mostre e concorsi di rilevanza nazionale e internazionale.

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La tua produzione artistica rientra nelle cosiddette “Arti Applicate”. Come giudichi questa definizione? La ritieni appropriata?

Mi intendo poco di arte. Non so precisamente dove sono collocato. Ho iniziato a sperimentare da autodidatta. Sono sempre stato affascinato dal marmo e dalle pietre. Lavoro il profido rosso a mano, la pietra più dura in natura. Trattare questi materiali mi dà grandi emozioni: mi sento un privilegiato.

Si è verificato, nel corso della tua vita, un evento specifico che ti ha spinto ad avvicinarti al mondo dell’arte?

Purtroppo mi ha colpito una malattia degenerativa molto grave. Ciò mi ha fatto perdere la mia occupazione precedente. Durante quel brutto periodo, su un libro ho visto un opus sectile e ne sono rimasto affascinato. Mi sono allora chiuso in cantina e ho costruito un mio laboratorio. Da quel dì non mi sono più fermato: creo instancabilmente tutti i giorni. Adesso la malattia con cui convivo la ritengo quasi provvidenziale, in quanto mi ha permesso di trovare la mia strada; senza di essa non sarei un artista oggi.

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Le tue opere perseguono finalità ornamentali, ma non rinunciano a veicolare contenuti e messaggi. Sulla base di questa considerazione, ti ritieni un artigiano o un artista?

Sicuramente sono un artigiano per via della manualità indispensabile legata alle mie produzioni. Il luogo dove lavoro lo considero infatti un laboratorio, non un atelier, termine più altisonante. Sono tuttavia anche un artista perché vivo emotivamente scosso da tredici anni e ciò condiziona anche i miei ritmi di vita. Sono autodidatta, come ho già detto, e quindi libero. Non progetto un’idea, la vedo e la realizzo. Mi reputo un artista perché ciò che produco mi viene da dentro. Mi sento quasi in obbligo a dare tutto quello che ho interiormente, dal momento che ho scoperto tardi questa mia attitudine. È come se avessi scoperto il senso della mia esistenza. Ciò mi fare stare bene, malgrado i problemi di tutti i giorni.

Sei l’erede di una tradizione ben consolidata nei secoli. Il mosaico e la tarsia marmorea sono tecniche che hanno conosciuto uno sviluppo notevole in passato. Esse sono state impiegate soprattutto in riferimento ad edifici di culto. Ti piacerebbe ricevere commissioni sacre?

Sì, moltissimo. Ho già una produzione sacra. Mi affascina molto questo tipo di arte. Ciò che mi è accaduto ha rafforzato la mia fede. So che esiste qualcosa di Divino, indipendentemente dal nome che ad Esso si voglia associare.

Al giorno d’oggi, però, tali tecniche sono state relegate ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori (degna di nota la scuola di mosaico di Spilimbergo, un’eccellenza tutta italiana del settore). Quanto pesa tutto questo?

La produzione marmorea, è vero, è molto particolare e settoriale. Il fatto che sia per pochi, però, mi ha affascinato. Ho conosciuto la materia e la vivo a modo mio. Non ho fatto corsi, quindi non mi sento legato alla classicità; in realtà, non sono legato a nulla, preferisco lasciarmi andare. La pietra è il mio materiale, sono contento di lavorarla in maniera personale.

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