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Massimo Perna: “L’insegna dell’hotel in cui lavoro mi ha illuminato”

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Una personale a Ortona e una a Pescara: sono queste le prossime esposizioni di cui l’artista Massimo Perna sarà protagonista. L’abbiamo contattato per rispondere alle nostre cinque domande. E si è raccontato tra passato e presente…

Una personale a Ortona, in provincia di Chieti, presso la Galleria Perdono, e una presso il Museo d’Arte Moderna Vittoria Colonna di Pescara sono le prossime esposizioni di cui Massimo Perna, nato a Capua, in provincia di Caserta, ma ormai domiciliato a Pescara, sarà protagonista. Il suo amore per l’arte lo ha portato a sperimentare tecniche al passo con i tempi. Abbandonando tele e pennelli, prediligendo mouse e portatile.

L’artista, che ha esposto anche a Milano, Chieti, Belluno e Pescara, e che è stato selezionato per la XXIII Biennale di Roma, ha fatto dei suoi collage frammentati, o come preferisce chiamarli lui “faceted portrait”, il suo principale biglietto da visita. L’abbiamo contattato e ha deciso di raccontarsi, tra passato e presente, rispondendo alle nostre cinque domande…

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Cosa è l’arte per te?

“Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, diceva B. Pascal. Questo potrebbe definire il significato che l’arte ha per me. Emozione, passione e sentimento sono la spinta verso quell’incessante lavoro di costruzione della nostra identità, sia personale che artistica. Per essere riconosciuti, ma sopratutto per riconoscersi.

Quando, a quale età e come, hai iniziato a esprimerti con l’arte?

Non saprei con esattezza quando. Ho cominciato da piccolo ad esprimermi con qualsiasi forma d’arte, dal disegno alla pittura, disegno di moda per mia madre, scenografie teatrali e manifestazioni. E pensare che al liceo sono stato rimandato in disegno perché il Prof sapeva che facevo i book anche ai miei compagni. I “faceted portraits” sono nati circa tre anni fa e, grazie a un post su Instagram, sono stato contattato e invitato a esporre alla mia prima collettiva romana. Da allora non mi sono più fermato, tanto che sono quasi a quota 300 ritratti.

Come sei arrivato, e perché, a realizzare questi “collage”, in cui i soggetti sono spezzettati/tagliati?

Tutto è cominciato per gioco, durante le mie notti lavorative. L’insegna dell’hotel dove lavoro, un diamante sfaccettato, è stata “illuminante”. Da lì è nata l’idea di creare ritratti sfaccettati, sperimentare il disegno digitale con tutte le sue potenzialità e di rendere unico un volto come lo è una pietra preziosa. Solitamente parto da una foto, studio il personaggio. Poi inizio col definirne gli occhi che, parafrasando Frida Kahlo, “sono la finestra attraverso la quale vedo te”.

Quali erano i tuoi riferimenti “pop” da ragazzo, quelli con cui sei cresciuto, e ai quali sei legato talmente tanto da portarli con te nella tua arte?

Da ragazzo ero affascinato dall’arte e dall’architettura classica. Col tempo però la Pop Art ha preso il sopravvento. Le opere di Richard Hamilton, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, le donne “art decò” di Tamara De Lempicka, le fotografie di Robert Mapplethorpe, i graffiti postmoderni di Keith Haring e più recentemente le sculture di Jeff Koons e gli “irreverent heroes” di Greg Guillemin: ecco le mie muse ispiratrici.

Le tue quattro opere che ti piacciono di più.

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