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Giampiero Abate: “Ultrareale è una ricerca, non ancora terminata, di immersione in un mondo che non esiste”

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Giampiero Abate compie trent’anni di percorso artistico, partito dall’illustrazione pubblicitaria e proseguito tra aerografi e 3D. Tre decenni di ricerca, sia di stile che di sé. Il suo obiettivo per il futuro? Una sempre maggiore contaminazione con Realtà Aumentata, stampa 3D, Virtual Motion, musica e altro. Perché la sua pittura “deve essere sempre più coinvolgente, sempre più “emozionale”…

Giampiero Abate

Giampiero Abate inizia il suo percorso artistico ben trent’anni fa. Inizialmente appassionandosi all’illustrazione pubblicitaria, poi l’illuminazione, avvenuta casuale. Scopre infatti l’aerografo come strumento pittorico e acquista un modello basilare per le prime sperimentazioni e per acquisirne la tecnica. Ne comprende le potenzialità espressive e, pur non avendo una formazione artistica, comincia a realizzare i suoi primi dipinti. Scoprendone prima prima le tecniche, poi la pittura figurativa anatomica.

Riprendendo l’iniziale passione per il dinamismo e la narrazione, approfondisce i temi della pittura classica (specialmente barocca) e contemporanea e applica le sue conoscenze informatiche e grafiche alla progettazione dei suoi dipinti. L’utilizzo di software 3D gli permettono di creare le figure e le ambientazioni delle sue opere per sfociare nella sua prima mostra personale dedicata a questo metodo: Ultrareale, sperimentando l’innesto della Realtà Aumentata.

A trent’anni da quell’inizio, quale il suo obiettivo per il futuro? Una sempre maggiore contaminazione con Realtà Aumentata, stampa 3D, Virtual Motion, musica e altro. Perché la sua pittura “deve essere sempre più coinvolgente, deve essere sempre più “emozionale” per coinvolgere gli altri sensi. Deve permettere l’immersione delle sensazioni, per far viaggiare con la mente e con il cuore”. L’artista sarà prossimamente in mostra presso Galleria SpazioCima, a Roma.

Cosa è l’arte per te?

Deve essere vista da due punti di osservazione. Per chi produce, è ricerca interiore ed emotiva, tecnica e istinto, una visione che nasce da dentro e deve saper trasmettere le emozioni. Spesso a chi mi chiede il significato di un mio dipinto, rispondo: voglio sapere da te cosa vuol dire. Voglio sapere che emozione provi, che interpretazione dai, e spesso trovo risposte totalmente diverse da quelle mie.

Per chi fruisce: deve aprire la mente ed il cuore, per accogliere l’emozione, il messaggio dell’opera. Per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno di studio, impegno e disciplina, con sofferenza e dedizione che porta a gioia, soddisfazione, gratificazione. Solo così il dipinto (qualsiasi, non solo i miei) ti fa immergere nella mente, nella fantasia, ti richiama ad un momento personale particolare affinché possa essere un significato profondo per te.

Raccontami la tua tecnica e come scegli i tuoi soggetti.

La mia tecnica è piuttosto articolata. L’aerografo è uno strumento molto meccanico: ha bisogno di manutenzione, di micro-pinze, grassi vegetali, di pulitori, di ricambi, ma anche di aria compressa, taglierini, adesivi ecc. E, non contento, preparo i miei progetti utilizzando la tecnologia: dopo uno studio e ricerca dei riferimenti, preparo con software 3D i miei progetti, utilizzando modelli, pose, ambientazioni, luci e ombre, atmosfere; ricreo la scena così come l’ho pensata. La riporto così sulla tela, ma a quel punto la reintepreto con i colori, con altri elementi che aggiungo e sottraggo. L’elemento creativo è continuo fino alla fine. L’aerografo è il mio protagonista nella mia pittura: è difficile da domare, da farsi amico, da amare, ma una volta entrato in simbiosi può darti forme, colori, atmosfere particolari.

Ho sempre amato la figura umana, nelle sue espressioni, nei gesti. Il corpo in movimento, in torsione, in distorsione: il gesto di una mano, la torsione di un torso, l’espressione di uno sguardo. Principalmente è questa la mia chiave di ricerca dei miei dipinti.

Chi sono i tuoi maestri, da un punto di vista artistico?

Non ho riferimenti precisi. Mi piace “navigare” tantissimo, mi salvo immagini di ogni genere e artisti di tutti i tipi. I miei Maestri temporalmente spaziano dal ‘600, per arrivare alla ricerca della luce e del colore nell’800, l’espressione del 900, la narrazione moderna degli illustratori americani e della pittura italiana, alla fotografia del secondo 900, alla pittura spagnola, italiana, cinese… In questo mare di artisti nomi non ne ho. Osservo, studio, ricerco con un unico tema: la figurazione, l’emozione del movimento, della luce e del colore.

Cosa è per te il reale e l’ultrareale? Quale obiettivo “emozionale” ti poni con i tuoi quadri?

Ultrareale è una ricerca, non ancora terminata, di immersione in un mondo che non esiste: un po’ fantascienza, un po’ onirismo , un po’ realtà. Un viaggio della mente in un universo parallelo, dove il tempo e lo spazio si blocca e fluttua in uno spazio senza gravità. L’ultrareale è quell’universo in cui ci si può rifugiare, dove c’è bellezza e perfezione – dell’anima soprattutto – c’è silenzio e riflessione, dove non entrano le “bruttezze” del mondo reale (corruzione, tortura, violenza verso la natura, dolore, sofferenza). Una sospensione dei sensi, di pace. Nel vedere i miei dipinti vorrei si percepisca quella sospensione dei sensi.

Tre opere (tue) a cui sei più affezionato e perché.

Le presento in ordine temporale e rappresentano le fasi della mia evoluzione:

– Corset: rappresenta il mio periodo di ricerca estetica, volendo anche fashion. L’importanza del gesto femminile in un momento di intimità sensuale;

– Respiro!: è l’inizio per me della ricerca profonda del significato dell’immagine. Da qui inizio la ricerca fotografica con scatti realizzati da me con modelli e in più largo formato;

– Dodecaedro: è la svolta del mio nuovo linguaggio. I primi studi 3D, con modelli semplici, e l’inizio della rappresentazione “Ultrareale”.

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