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Il Villino Casati, un gioiello liberty nel quartiere Sallustiano

Last Updated on 13/10/2020

All’interno del cospicuo patrimonio liberty della Capitale spicca sicuramente Villino Casati, il rifugio romano della nobile più eccentrica del Novecento: la Marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino. Presenza costante nelle città e nei luoghi di villeggiatura più mondani, la dama aveva un’abitazione anche nella città Eterna...


All’interno del cospicuo patrimonio liberty della Capitale spicca Villino Casati, in via Piemonte 51, non distante da via Veneto, residenza di una facoltosa quanto eccentrica nobildonna: la Marchesa Luisa Casati Stampa di Soncino. Presenza costante nelle città e nei luoghi di villeggiatura più mondani, la dama aveva un’abitazione anche nella città Eterna.

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Storia e descrizione del villino

Il villino in questione fu costruito nel 1906, ad opera dall’ingegner Carlo Pincherle (padre di Alberto Moravia), su progetto dell’architetto milanese Achille Majnoni d’Intignano (1855 – 1935), su espressa committenza della famiglia Casati Stampa di Soncino. Esso, arretrato rispetto all’asse viario, ha la forma di un parallelepipedo di due piani fuori terra più seminterrato ed attico (secondo piano ribassato), coronato da una balaustra. La facciata principale è esposta a sud ed ha un breve avancorpo seguito da un pronao dotato di scala, ornato da quattro colonne di ordine tuscanico in travertino. L’accesso principale alla casa si trova in corrispondenza del pronao, mentre un ingresso di servizio è presente sul lato nord. Sulla sommità si nota una terrazza cinta da una balaustra lungo tutto il perimetro.


Due cancelli in ferro battuto si aprono su via Piemonte, in corrispondenza delle facciate sud e nord: essi immettono in due vialetti d’accesso al giardino, abbellito da palme ad alto fusto. Esso ospita anche una dependance.
Al contrario dell’eccentricità della proprietaria, la struttura presenta un impianto decorativo di sobrio classicismo, con le facciate demarcate da lesene e cornici marcapiano. All’interno, stucchi, affreschi e pavimenti in marmo o parquet testimoniano ancora l’eleganza dei tempi che furono. Sono purtroppo dispersi, invece, l’arredo e le suppellettili d’origine. Luogo di ritrovi mondani nella Roma di inizio Novecento, il villino ospitò anche Gabriele D’Annunzio, amante della Casati. Attualmente esso è adibito ad uffici e fruibile da parte del pubblico solo in occasioni speciali.

Chi era Luisa Casati Stampa

Luisa Amman in Casati Stampa (1881-1957) era la seconda figlia del ricco produttore di cotone monzese d’origine ebraico-austriaca Alberto Amman e della milanese Lucia Bressi. Trascorse la sua privilegiata infanzia a Milano, in isolamento. Fu proprio in questo periodo che cominciò ad appassionarsi alla vita di personaggi come Ludwig II di Baviera, l’imperatrice Elisabetta d’Austria, Sarah Bernhardt, Cristina di Belgiojoso e Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, personaggi discussi e dalle personalità forti, proprio come sarebbe diventata lei.

Con la prematura morte dei genitori, Luisa e la sorella maggiore Francesca divennero ricchissime ereditiere.
Nel 1900 Luisa Amman sposò il marchese milanese Camillo Casati Stampa di Soncino e nel 1901 nacque la loro unica figlia, Cristina. Nel corso della sua vita ebbe numerosi amanti e abitò in dimore prestigiose, tra cui il palazzo Venier dei Leoni a Venezia, oggi sede del Peggy Guggenheim Museum e il Palais Rose di Parigi, in precedenza del dandy Robert de Montesquiou. Per un periodo riuscì anche ad avere in affitto Villa S. Michele da Axel Munthe, di cui stravolse completamente lo stile.

Fu una delle donne più ritratte del ’900: la sua immagine fu interpretata da Paul-César Helleu, Boldini, Martini, Beaton, Carrà, Balla, Depero, Epstein, Man Ray

Fu una delle donne più ritratte del ’900: la sua immagine fu interpretata da Paul-César Helleu, Boldini, Martini, Beaton, Carrà, Balla, Depero, Epstein, Man Ray. Donna raffinata e di cultura, frequentò celebri artisti e intellettuali, tra cui Marinetti, Kerouac, Beaton, Nijinsky, Isadora Duncan, Casella, Rubinstein, Puccini, Picasso e D’Annunzio.
Fu proprio Marinetti a definirla “la più grande futurista del mondo”, mentre il Vate la ribattezzò “Coré”, come la divina fanciulla rapita da Plutone. Decisa ad essere “un’opera d’arte vivente”, amò vivere in modo anticonvenzionale e trasgressivo.

Si abbigliava in maniera provocatoria, con pitoni veri intorno al collo, il viso imbiancato, i grandi occhi verdi bistrati di nero, i capelli rosso fuoco e passeggiava con levrieri incipriati e leopardi dai collari tempestati di diamanti. Dopo una vita vissuta all’insegna di parossistici lussi e dopo aver accumulato un debito di oltre 25 milioni di dollari per via del suo lifestyle, trascorse i suoi ultimi anni a Londra, in indigenza, con la figlia e la nipote Moorea.
Qui si spense. Fu sepolta nel Brompton Cemetery. Sulla sua tomba la nipote scelse di trascrivere l’epitaffio: «L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita», le parole che usa Shakespeare per descrivere Cleopatra in Antonio e Cleopatra.

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