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Intervista a Marco Galletti alias K – Kaey: “L’artista non esiste, esiste solo l’Arte”

Marco Galletti, in arte K – Kaey: una sola lettera per identificarsi ma un mondo, quello di K, ricco di visioni, sensazioni e riflessioni che vengono costantemente rielaborate per poi essere trasformate in sculture, installazioni e pittura. Mossi da una viscerale curiosità di comprendere meglio la sua arte abbiamo deciso di intervistarlo…

Marco Galletti, in arte K – Kaey, è un giovane ma già affermato artista contemporaneo. Una sola lettera per identificarsi ma un mondo, quello di K, ricco di visioni, sensazioni e riflessioni che vengono costantemente rielaborate per poi essere trasformate in sculture, installazioni e pittura. Mossi da una viscerale curiosità di comprendere meglio la sua arte abbiamo deciso di intervistarlo. Ecco cosa ha voluto raccontarci.

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Kaey, ci piacerebbe se scattassi un’istantanea sullo stato dell’arte in Italia.

Vorrei evitare di risultare estremamente critico, ovvero apparire semplicemente amareggiato. Tuttavia, non posso fare a meno di osservare due fattori che ritengo deleteri: parlando dell’Italia, un grosso debug è dato da una forte matrice nostalgica e una peculiare inadeguatezza. Stando a contatto con colleghi e amici del campo ho potuto constatare una splendida innovazione nei percorsi di alcuni, d’altro canto per altri c’è la straziante necessità di rifarsi ad un luminoso passato ma senza la volontà di adattare il linguaggio e le modalità ad una contemporaneità. Sostanzialmente, è venuto spesso a mancare l’equilibrio necessario tra forma e concetto.

Per quanto riguarda la mia sensibilità personale, ad esempio, la pittura risente fortemente di questa criticità. Il secondo fattore di cui sopra è già ampiamente argomentato e criticato da gente più preparata di me e riguarda alla stessa maniera l’incapacità del settore di gestire la mutevolezza e la venalità della contemporaneità. Ne scaturiscono immaginari e figure professionali mutati e distorti – come galleristi/affittacamere, l’incapacità di attribuire un giusto valore ad un lavoro scindendo dall’entourage del/della creatore/creatrice o di definire un movimento o una corrente attuale. Comunque, sperando di non essere già scaduto nella polemica, mi limito a definirlo “baronismo”. 

Voglio finire, però, adducendo l’evidente bisogno di rivalsa che scaturisce da qualsiasi momento di crisi. Questo per me si rispecchia nella costituzione di realtà alternative – “underground”, per chi preferisce il termine – che riescono nonostante tutto a maturare la ricerca ed esibirsi in vere, eccellenti, forme di espressione.

A tuo parere come questa pandemia globale ha cambiato l’arte contemporanea? A causa del Covid abbiamo imparato a fruire l’arte in maniera nuova, diversa. Dunque, che futuro immagini per l’arte?

L’avvento del SarsCov-19 ha cambiato quasi ogni aspetto della vita e della società. Un’Arte adeguata al proprio tempo non potrebbe fare a meno di risentirne. Oltre a questo, il “settore” dell’Arte ha implicitamente – perlomeno in Italia e per coloro che non possono godere di rendita, come sopra – delle difficoltà che si sono accentuate durante il lockdown. Non esiste un settore dell’Arte. I lavoratori dell’Arte non sono settorializzati e, anzi, neanche considerati professionisti per la coscienza comune. Di conseguenza, non esistono tutele. Dopo tutto, non vi sono neanche state delle prese di posizione o delle contestazioni com’è accaduto per i lavoratori dello Spettacolo.

L’arte verrà riadattata di volta in volta alla realtà dei fatti, ma i lavoratori del settore non sapranno necessariamente rendersene partecipi senza rischiare di snaturare il concetto stesso di Arte. Ci sono troppi elementi in gioco per poter applicare delle regole comportamentali classiche. Si è reso necessario escogitare una fruizione “a distanza”, che ovviamente non garantisce di espedire certi lavori nella loro pienezza e complessità, talvolta, riducendoli a meri contenuti del web, video o fotografici.

Prendi ad esempio un fenomeno ormai noto: la tecnologia non-fungible token apre a nuove, illimitate possibilità di applicazione. Nello scambio di valori ideologici e oggettivi che ci consentono gli NFT, non vedo perché non possa rendersi Arte persino un meme, in quanto prodotto creativo anche se non fisico, così come una mostra artistica visitata al PC. Sono preoccupato dalla possibilità che gli artisti, me compreso, non sappiano decodificare questo universo di prospettive alterate, che non farà altro che ampliarsi.

Arte è una parola semplice e complessa allo stesso tempo. Kaey, vuoi darci la tua personale definizione di questo concetto?

Per riassumere in un paio di frasi direi: L’Arte è perfettamente inutile. La sua unica utilità è cambiare il pensiero e la società. L’ “artista” non esiste, esiste solo l’Arte.

Che emozioni ti regala la scultura? E la pittura? Dunque, quali sono i criteri che ti spingono a scegliere una tecnica piuttosto che l’altra?

Non so se sia corretto per me parlare di emozioni, la mia la sento come pulsione al pari della fame o dell’eccitazione sessuale, in maniera animalesca, potrei dire. Devo ammettere, in ogni caso, che nel momento della “creazione” – se si può usare questo termine – diventa tutto meravigliosamente chiaro, istruttivo. Ciò che fanno le mie mani, la mia mente ha bisogno di osservarlo e imparare durante il processo.

Parlando della resa, ho la fortuna di aver appreso una serie di tecniche dai miei maestri, dal mio lavoro e, al contrario di quanto pensassi, dalla mia esperienza al corso di Scenografia in Accademia di Belle Arti. In ogni caso, la lezione più importante rimane l’insegnamento di quel che sento come mio mentore, Paolo Aristi Cotani: “A te interessa il risultato, quello che vuoi dire ed esprimere. Come lo fai, sono affari tuoi.”

Pur essendo giovanissimo hai un grande bagaglio di esperienze artistiche. Vuoi raccontarci quella che ha cambiato il tuo modo di percepire e di relazionarti con l’arte?

Credo che ci siano stati tre grandi e positivi “traumi” che mi hanno indirizzato in questa direzione. La scelta delle Belle Arti è stata obbligata per me, sin da piccolo, è l’unica cosa che veramente mi appassiona. Ma, devo ammettere, è stato proprio Paolo Cotani a darmi effettivamente una misura di quel che stavo approcciando. Naturalmente, non posso che menzionare l’esperienza con l’Atelier Montez. Prima da frequentatore, poi da membro della squadra, ho imparato molto e non senza fatica, assistendo e partecipando. Il terzo fattore non riguarda propriamente un’esperienza specifica, quanto un insieme di momenti – per dirla in maniera melensa – riguardanti il mio rapporto con la/e Musa/e.

Vuoi spoilerare qualcuno i progetti futuri di Kaey?

Relativamente da poco sono membro fondatore del collettivo Mold, con il quale stiamo approntando diversi progetti. Per quanto riguarda la mia produzione personale, ci sono due lavori autoprodotti a cui sono molto legato e che costituiscono per me gli atti I e II di una narrazione estesa: “Persephone” del 2016 e “Antropologika” del 2020. Sto lavorando per dare forma all’atto conclusivo di questa narrazione.

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