Uno sguardo autentico sulla società italiana attraverso l’obiettivo di uno dei più grandi fotografi del Novecento, Gianni Berengo Gardin

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Gianni Berengo Gardin ha iniziato a fotografare nel 1954. La sua carriera si è sviluppata tra reportage, fotografia sociale e architettura, con un’attenzione particolare alle trasformazioni della società italiana. Ha collaborato con importanti testate giornalistiche come “Il Mondo”, “L’Espresso”, “Time” e “Le Figaro”, documentando con sensibilità e rigore la vita quotidiana del paese.
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L’arte della discrezione
Berengo Gardin ha sempre prediletto il bianco e nero, convinto che l’assenza di colore permetta di concentrarsi meglio sui contenuti e sulle emozioni. Le sue fotografie sono caratterizzate da una composizione equilibrata e da un uso sapiente della luce naturale. Spesso definito l’erede italiano di Henri Cartier-Bresson, condivide con lui l’approccio discreto e rispettoso verso i soggetti ritratti.
Un archivio di memoria collettiva
Con oltre un milione di scatti nel suo archivio personale, Berengo Gardin ha costruito un’immensa testimonianza visiva dell’Italia del dopoguerra. Ha pubblicato più di 200 libri fotografici e le sue opere sono state esposte nei più prestigiosi musei e gallerie internazionali, tra cui il Museum of Modern Art di New York.
Gianni Berengo Gardin e il suo impegno etico e civile
Oltre alla sua attività fotografica, Berengo Gardin ha sempre mostrato un forte impegno civile, utilizzando la fotografia come strumento di denuncia e riflessione sociale. Ha documentato temi delicati come la condizione dei manicomi italiani, contribuendo al dibattito pubblico e al cambiamento delle politiche sanitarie.
Le sue foto più belle







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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

