Quando il giovane elettricista romano Alvaro Vitali incontrò Federico Fellini, gli si aprirono le porte del cinema con “Satyricon”, “Roma” e “Amarcord”….

Era solo un ragazzo di borgata, con un passato da elettricista e la battuta pronta. Alvaro Vitali si presenta a Cinecittà per caso, attirato più dalla curiosità che da vere ambizioni. Ma basta uno sguardo a Federico Fellini per cambiare tutto. Il regista lo nota tra tanti, lo fissa e lo sceglie. Un’intuizione fulminea, come solo Fellini sapeva avere: cercava volti veri, anime da raccontare attraverso le rughe e i gesti. Vitali, con quella sua espressività unica e il fisico minuto, era perfetto.
Alvaro Virali: piccoli ruoli, grande impronta
Il debutto arriva nel Satyricon, un’apparizione breve ma incisiva. È l’inizio di una collaborazione che lo vedrà tornare nei set del Maestro altre tre volte. In I clowns, Roma e Amarcord, Vitali diventa presenza silenziosa ma essenziale. Non protagonista, ma tutt’altro che marginale. Fellini lo inserisce nei suoi quadri visivi come si farebbe con una pennellata decisa: rapida, precisa, impossibile da ignorare. È un cinema che non ha bisogno di spiegare: basta un gesto, una smorfia, un movimento impacciato per raccontare un mondo.
Dalla poesia all’ironia
Dopo gli anni con Fellini, Vitali sceglie la strada del cinema popolare. Non rinnega nulla, anzi, abbraccia quel linguaggio fatto di risate semplici, allusioni scolastiche e ammiccamenti disinvolti. La commedia sexy all’italiana trova in lui una maschera perfetta. Con “Pierino” raggiunge l’apice del successo, diventando uno dei volti più amati (e criticati) dell’Italia degli anni ’80. È un passaggio netto: dal sogno felliniano alla farsa scolastica, senza mai perdere la sua autenticità.
Un’eredità oltre le etichette
Il 24 giugno 2025 Alvaro Vitali se ne va, a 75 anni, lasciando dietro di sé più di cento film. Ma il suo ricordo non è solo nei doppi sensi o nelle risate sguaiate. Rivivono, soprattutto, quei pochi ma intensi momenti nel cinema di Fellini. Perché per entrare nell’immaginario collettivo, a volte, bastano pochi minuti sullo schermo. Soprattutto se a sceglierli è stato un regista che sapeva guardare dentro le persone.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

