Nel dicembre 1928 Paul Klee sbarcò ad Alessandria d’Egitto con uno zaino di tele piegate e un carnet di carta spessa. Da lì risalì la valle del Nilo in treno fino ad Assuan…

Nel dicembre 1928 Paul Klee sbarcò ad Alessandria d’Egitto con uno zaino di tele piegate e un carnet di carta spessa. Da lì risalì la valle del Nilo in treno fino ad Assuan. Cercava la luce assoluta del deserto e la trovò nelle sfumature tra ocra, rosa e grigio lavico che velavano la sabbia all’alba.
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Il diario cromatico
I taccuini egiziani mostrano reticoli di segni minimi dove l’orizzonte si scioglie. Le piramidi diventano trapezi, i villaggi galleggiano in punti di giallo pallido, le ombre dei minareti si allungano come ideogrammi. A Luxor, Klee annota: «Il colore è un ricordo prima d’essere forma». Quelle pagine sono il nucleo di opere come Tempio nell’interno e Desert-Stille realizzate l’anno seguente a Dessau.
Il deserto come specchio
Klee non dipinse l’Egitto turistico, ma un paesaggio mentale. In studio trasformò le dune in campiture ritmiche, i cieli in modulazioni sonore. Il viaggio egiziano riscattò la tavolozza da ogni residuo nordeuropeo: il colore divenne linguaggio spirituale, non descrizione.
Un’eredità ancora calda
Visitare oggi la necropoli di Saqqara al tramonto significa percepire la stessa vibrazione: l’aria s’incendia e si raffredda in pochi secondi. È il Cairo interiore che Klee ha lasciato sulla tela: non un souvenir, ma un’esperienza cromatica che continua a interrogare chi la guarda.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.

