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Pupi Avati: “Sono predisposto a immaginare delle storie, per questo continuo a scrivere malgrado tutto”

Pupi Avati
Pupi Avati

Last Updated on 20/02/2026

Lo scrittore e regista italiano, simbolo del cinema d’autore, racconta il suo ultimo libro “Rinnamorarsi”, edito da Solferino, un viaggio intimo verso la maturità e l’amore eterno. Una conversazione sulla scrittura, il processo creativo e il significato di “per sempre”

Pupi Avati, regista e scrittore di lunga carriera, continua a esplorare il mondo delle emozioni umane con il suo ultimo libro, Rinnamorarsi, edito da Solferino. Un’opera che racconta la scoperta di una fase della vita spesso inattesa: il ritorno a una giovinezza interiore. Con un’intensità rara, Avati ci svela la bellezza e la verità dietro l’idea di un amore che non conosce confini temporali. In questa intervista, il maestro del cinema italiano ci parla del processo creativo, delle sue abitudini di scrittura e di cosa significa raccontare la propria vita attraverso la parola.

Pupi Avati, perché scrivere un libro come “Rinnamorarsi”, edito da Solferino? Di che libro si tratta?

È un libro che testimonia una scoperta, quella di una persona che arriva a un momento della propria vita che non conosceva: la vecchiaia. E scopre che è qualcosa di completamente diverso da quello che ha immaginato fino ad ora, a causa della paura, della preoccupazione che tutti noi abbiamo riguardo questa età dell’esistenza. Scopre infatti anche degli aspetti straordinari e singolari. Soprattutto un’idea: il ritorno a quel te stesso che sei stato da ragazzo, ti porta a rinnamorarti delle cose. Io ho simboleggiato tutto questo nel rinnamorarmi di mia moglie dopo 60 anni di matrimonio. Ma avrei potuto provare questo stesso sentimento nei riguardi di molte altre realtà della mia vita. Rinnamorarmi delle cose che mi circondano, rinnamorarmi dei miei libri, dei miei amici. È misterioso come invecchiando si torni in una seconda adolescenza. Ha qualcosa di stupefacente e permette di immaginare anche quella locuzione avverbiale che non abbiamo più il coraggio di usare e che è il “per sempre”. Così come l’avevi usata molti anni fa da ragazzo, quando per le prime volte incontravi la vita e senza nessun tipo di pudore pronunciavi queste due parole. Adesso “per sempre” è uscito dal lessico, nessuno lo dice più, nessuno applica più l’idea che ci sia un “sempre” se non riferito alla morte.

Lei è un affermato regista, ma si dedica anche alla scrittura, non solo di sceneggiature ma anche di romanzi. Cosa la spinge a scrivere? Che differenza c’è fra narrare una storia per immagini e farlo su carta?

Farlo su carta, ovvero scrivere con la consapevolezza con cui è stato scritto “Rinnamorarsi”, comporta un livello di sincerità, di confidenza e di libertà che il cinema non riesce a dare. Il cinema ha dei limiti comunicativi che sono abbastanza evidenti, mentre nella scrittura si può arrivare ad un grado di intimità fra chi scrive e chi legge, ad un rapporto uno a uno, che è straordinariamente sincero e profondo. Io credo di non aver mai fatto nulla di più sincero di questo libro, malgrado io abbia girato più di 50 film. 

Oggi probabilmente lei verrebbe definito un content creator; cos’è per lei il processo creativo? È una cosa che la fa stare bene o è un atto drammatico?

È una urgenza che mi deriva dalla cultura da cui provengo. Io provengo dalla cultura contadina che si fondava tutta totalmente sul racconto, soprattutto sul racconto orale. Sono stato bambino durante la seconda guerra mondiale quando sfollati, io e la mia famiglia vivemmo alcuni anni in campagna: sono stati gli anni più formativi della mia vita. Quelli in cui sono venuto a contatto con la favola contadina e il suo racconto, con un tipo di religiosità preconciliare: un insieme di visioni del mondo così diverse, così ampie, così anche un po’ irrazionali rispetto a come lo si vede oggi. La mia necessità di raccontarmi e di dirmi attraverso quella che è una narrazione è un bisogno continuo. Mi deriva da quella che era di mia madre, da quella che era dei miei nonni, da quella che era delle persone della mia famiglia. Tutte le persone che vengono dalla cultura contadina hanno questa urgenza di raccontare.

Si ricorda cosa faceva nel periodo in cui ha scritto “Rinnamorarsi”? Ad esempio, che musica ascoltava mentre scriveva questo libro? Ha una colonna sonora preferita che l’accompagna quando scrive?

È una bella domanda questa, perché corrisponde esattamente a ciò che sono costretto a fare prima di impegnarmi definitivamente in una cosa. Prima di scrivere un film o prima di scrivere un racconto, ho bisogno di avere un supporto musicale che abbia un potere evocativo molto forte. Io sono un cultore della musica, non solo della musica jazz, ma anche della musica classica ad esempio. Sono musiche che il mattino dopo, quando torno a sedere davanti alla tastiera del mio pc, mi aiutano a ritornare in quello stato d’animo, in quelle condizioni, dentro a quell’immaginario, in cui mi trovavo la sera prima, quando stavo scrivendo. Questa è una cosa formidabile che la musica è in grado di fare. La musica ha questo grandissimo potere.

Quali sono le sue abitudini? Come scrive di solito? Prende appunti? Riscrive? Scrive al mattino, di sera? Alla scrivania o in viaggio? Qual è la sua routine di scrittura?

La cosa bella dello scrivere è che lo fai quando hai veramente qualcosa da scrivere. Il cinema è diverso. Nel cinema si ha un contratto, occorre andare sul set l’indomani mattina alle ore 7:30: ti vengono a prendere e ti portano sul set. Per 6/7 settimane tutti i giorni lavori e devi essere creativo. Con la scrittura non è così, con la scrittura in certi giorni sei completamente svuotato, non hai nulla da scrivere, non hai neppure voglia e puoi permetterti di non farlo. Altre volte invece puoi permetterti di andare avanti ad oltranza, anche di notte. È qualcosa che non ha a che fare con la volontà, piuttosto ha a che fare con lo stato d’animo in cui ti trovi. Per questo la scrittura è assolutamente molto più libera del cinema.

Cosa le ha insegnato scrivere questo libro?

Mi ha insegnato che non bisogna aver paura di parlare di sé stessi. È evidente che molte persone che hanno letto questo libro hanno fatto di tutto perché io non ricevessi nessun tipo di segnale: non hanno manifestato apprezzamento. Capisco però che è un libro anche scomodo, perché parla d’amore in un modo totalmente anacronistico e al di fuori completamente dal tempo: quando mai oggigiorno si parla d’amore per sempre? Nessuno lo farebbe mai e quindi è un libro che purtroppo era destinato anche a dispiacere qualcuno, ma non potevo non farlo, perché questa è la mia verità, è quello che so io della vita. A 87 anni uno sa molto della vita, non voglio dire tutto ma quasi tutto, manca veramente molto poco. Quando sai tutto della vita hai il dovere di dirlo a chi deve ancora arrivare a quest’età e c’arriverà magari tra tanti anni. Devi provare a metterlo in guardia.

Altri progetti futuri?

Progetti per il futuro a 87 anni sono molto difficili da farsi, perché è evidente che mi sto avvicinando ai 90 che è un’età alla quale non tutti arrivano. Avere la possibilità di arrivare a questo traguardo è già qualcosa di abbastanza straordinario, immaginarsi addirittura ad avere ancora dei progetti lo è ancora di più. Tuttavia io sono automaticamente predisposto a immaginare delle storie, non so francamente stare fermo, per questo continuo a scrivere malgrado tutto.

Ultima questione: qual è la domanda a cui le sarebbe piaciuto rispondere e che non le hanno mai fatto?

Non c’è. La domanda che non m’hanno mai fatto non c’è. Perché tutte le volte che vado in un luogo e incontro il pubblico è proprio questa la bella scommessa che faccio con me stesso: trovare qualcuno che mi faccia una domanda che non mi è stata mai posta. Ma non esiste.

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