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La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante – La recensione

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“La vita bugiarda degli adulti” è l’ultimo romanzo di Elena Ferrante, che torna dopo il successo di “L’amica Geniale”.

Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, Edizioni E/O, 2019.

La vita bugiarda degli adulti è la storia dell’ingresso nella vita adulta di una ragazza nella Napoli degli anni Novanta. Cresciuta in un quartiere borghese, figlia di genitori colti, Giovanna comprende che l’infanzia è una bolla di sicurezza pulita e asettica che inevitabilmente scoppia per lasciar uscire la viscida e feroce sporcizia della vita adulta.

Una generazione perduta

La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante abbandona i toni da feuilleton di gran classe che avevano caratterizzato la tetralogia precedente, per tentare una via diversa, che riporta un poco alle prime opere dell’autrice (autore? autori? poco importa). Tornano molti temi de L’Amica Geniale, ma il tono qui è completamente diverso. Sarà perché la Ferrante parla di un’altra generazione. La protagonista è nata nel 1979 e l’azione si svolge negli anni della sua adolescenza, siamo quindi nei primi anni Novanta del ’900. La tetralogia parlava di una generazione la cui parte migliore aveva gradualmente ricostruito non solo un paese ma anche la propria coscienza. In questo nuovo romanzo invece si mette in scena una nuova lost generation, sacrificata, incerta, incostante e amaramente post-ideologica.

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Padri e figlie

I discorsi dei padri sono nient’altro che chiacchiericcio di sottofondo, inutile colonna sonora di rancori, e segreti. E non a caso nel romanzo questi discorsi non vengono mai riportati, a differenza de L’Amica Geniale, in cui il bildungsroman “ideologico” era fondamentale. Tuttavia anche i discorsi “nuovi”, degli intellettuali giovani, diversi e meno dogmatici di quelli della generazione precedente, sono un’eco lontana nel ricordo della protagonista, sono parole che scivolano sul corpo, ma non restano, non attecchiscono. Forse parlare di palinodia de L’Amica Geniale sarebbe troppo, poiché non è una questione di interpretazione dei personaggi quanto piuttosto di costruzione di una realtà romanzesca precisa.

Storia e storia

Il romanzo ha pochissimi riferimenti precisi al mondo esterno. Questa è un’altra grande differenza con la tetralogia (che è in tutto romanzo “storico”, quasi nella concezione manzoniana del termine). La caratterizzazione psicologica dei protagonisti però li restituisce alla Storia. Sebbene sia tutto velato, non si facciano nomi precisi (neanche dei libri letti o dei film visti: L’Amica Geniale ne era pieno) lo schizzo generazionale è più lucido e “storico” di quello che sembra. E se da una parte è vero che la storia potrebbe essere ambientata più o meno in qualsiasi epoca, dall’altra se si legge più in profondità si comprende come una caratterizzazione psico-cronologica ci sia, e sia forte.

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La vischiosità della vita

Gli anni Ottanta e Novanta come “inizio della fine” hanno infatti una controparte forte nella caratterizzazione dei personaggi, la cui incertezza e insicurezza non trova alcun appiglio ideologico per una possibile via d’uscita: non la politica, né la scuola, né altro. I libri tuttavia sono ancora oggetti salvifici: ma per quanto ancora? Stanno sullo sfondo. Ognuno vaga, ognuno cerca di districarsi dalla vischiosità della vita. C’è una tensione che è quasi apocalittica nel romanzo che forse è la cosa inedita, la cosa che più spiazza; un deserto di sentimenti, che è probabilmente visto dall’autrice anche come una seria caratteristica generazionale.

Corpi neobarocchi

Volendo fare un paragone con Elsa Morante, autrice di riferimento di Elena Ferrante, si potrebbe dire che se con L’Amica Geniale la scrittrice tentava di proporre un nuovo La Storia, un’epica del quotidiano, commovente, lacrimevole a tratti e di ampio respiro, qui potremmo trovarci invece di fronte ad un tentativo di Aracoeli; un romanzo nervoso, “aperto”, lirico e teso, che conferma e al tempo stesso smentisce il lavoro precedente. In generale i toni del romanzo sembrano richiamare l’esordio della scrittrice di cui forse non raggiunge la compattezza. Riprende però una viscosità neobarocca di stile e di situazioni che s’erano forse un po’ perse. La scrittrice richiama infatti anche certe descrizioni feroci e certa “violenza sentimentale”. Torna, insomma, quella visione dell’amore e del corpo fatto di fluidi, sangue, lotta animale, fastidio fisico e psicologico. Vitalità, dolore, ferocia e violenza, queste le parole chiave: l’amore, insomma, rimane molesto.

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