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Isabella Pinto, Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività – La recensione del libro

Last Updated on 03/05/2020

Esce per i tipi di Mimesis il saggio di Isabella Pinto, Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività. Il libro si occupa dell’analisi dell’opera dell’autrice de L’amica geniale, prendendo in esame la sua intera produzione, e cerca di comprenderne i meccanismi profondi.

Elena Ferrante, dal mito alla “performance”.

Il saggio è strutturato in tre parti principali, che descrivono altrettanti momenti importanti nella sperimentazione letteraria di Elena Ferrante. Il primo, “Mitopoiesi”, analizza il modo in cui la scrittrice crea “un dispositivo narrativo che mette al centro la riscrittura dei miti”. Di capitale importanza, da questo punto di vista, è la mitologia legata al rapporto madre-figlia. Questa parte del libro tratta i primi tre romanzi della scrittrice, L’amore molesto, I giorni dell’abbandono e La figlia oscura, nonché il racconto per bambini La spiaggia di notte. La seconda sezione, “Diaspora”, si occupa di L’amica geniale, letto come “racconto della destrutturazione temporale causata dalla violenza patriarcale”; da qui l’inquadramento e l’analisi di come la tetralogia ribalti i canoni del bildungsroman.

La terza parte, “Performatività”, prende in esame la non-fiction di Ferrante. Sono analizzate la raccolta di interviste e autocommenti contenuti in La frantumaglia e gli editoriali scritti per il Guardian, L’invenzione occasionale. Sono queste opere in cui è palese la destrutturazione radicale del patto autobiografico; ma soprattutto sono ridefiniti i rapporti tra autrice, narratrice e personaggio, al di là della semplicistica questione del nom de plume. È in questi libri in particolare che “l’unione tra l’opera e la performance autoriale di Elena Ferrante mette in scena […] un processo in cui agire, raccontare ed essere divengono una cosa sola”.

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Sovversione del mito

Quello di Ferrante è un lavoro di destrutturazione del mito. Dai miti greci a Didone o Anna Karenina, le mitologie diventano lo spunto di un ripensamento critico. Ma il mito sottoposto a maggior lavoro di revisione è quello legato ai rapporti madre-figlia. Il mito parte da presupposti psicoanalitici (Demetra-Kore, tra Jung, Bachofen e oltre) e diventa uno strumento sovvertitore e “politico” che ri-narra la soggettività. Questo perché il punto di vista femminile non è mai risucchiato, nei libri di Ferrante, in quello degli uomini. Ferrante sradica soprattutto il mito della “neutralità” dello sguardo maschile, che altro non è che l’imposizione di un filtro maschile anche al femminile.

Ai personaggi femminili viene restituita una complessità di interpretazione che va oltre il punto di vista maschile, imposto per secoli. Ed è una complessità, lontana dal vittimismo e radicalmente sovversiva, che libera da qualsiasi connivenza, anche femminile. Scrive Pinto che per Ferrante “le donne non sono esseri innocenti, e anzi, nell’ordine eterosessuale e patriarcale, sono le più zelanti esecutrici di tale ordine, perché più aderiscono ai modelli del femminile patriarcale più ciò le esalta agli occhi degli uomini”. Ferrante, insomma, è autrice che rompe “l’idillio” della femminilità, un mito duro a morire. Questa visione stereotipata è una creazione dello sguardo maschile: è il tentativo della cultura maschil(ista) di addomesticare una complessità.

Elena Ferrante: la scrittura emotiva.

Pinto coglie un aspetto fondamentale dell’opera di Elena Ferrante quando descrive la sua scrittura (sulla scia di Tondelli) come “scrittura emotiva”. Ferrante coglie nelle emozioni “non più una componente del sentimentalismo dei romanzieri d’appendice, bensì qualcosa che intreccia fortemente letteratura e politica, perché aggroviglia il piano sociale con quello personale”. L’identità, insomma, riacquista il suo status di “garbuglio inestricabile”; le personalità messe sulla pagina di Ferrante sono multi-identitarie e diasporiche; sono figure eccentriche e lontane dallo stereotipo imposto dalla letteratura in primo luogo, ma anche e soprattutto dalla storia.

Sono personaggi che “tentano vie di fuga dallo stato di oppressione che la cultura di partenza offre loro”. Personaggi che escono dai margini per offrire un saggio della “smarginatura” del reale; e allora anche la “Storia”, intesa come la intendeva Elsa Morante, svela il suo statuto di costruzione (maschile) che l’autrice si impegna a destrutturare. E lo fa non solo per mettere al centro l’alterità femminile, anche perché i personaggi di Ferrate son sempre centrifughi, ma anche per rivelarne la contraddizione millenaria.

Personaggi diasporici

Nelle opere di Ferrante, insomma non c’è una ricerca di verità assoluta; scopo è la polifonia di sguardi, che smaschera l’univocità del tempo costruita dallo sguardo monodirezionale del patriarcato. Insomma, in quella ricostruzione a priori che è il tempo, c’è spazio e bisogno di molteplicità non lineari che mettano in crisi il modello tradizionale.  E in Ferrante tutto questo passa dalla narrazione. L’intreccio e la destrutturazione del patto narrativo travalica la semplice (si fa per dire) questione dell’anonimato; la volontà di autofiction è un atto di decostruzione letterario e politico nel suo mettere al “centro” questi personaggi “diasporici”.

I vari personaggi femminili confondono le carte e le regole, nei loro rapporti di narratrici, protagoniste e specchio che riflette l’autrice. Elena Ferrante, scrive l’autrice, “mette in scena un inedito patto con il lettore, adducendo ad una ‘relazione narrativa’ basata sulla transindividualità”. In questo il saggio coglie un aspetto fondamentale della poetica ferrantiana, riscontrabile fin dal primo libro ed esplicitato nell’opus magnum, L’amica geniale.

Ferrante e la fiction teoretica

Questo libro mette in luce gli aspetti teorici dell’opera di Ferrante, che hanno le proprie radici in quasi mezzo secolo di riflessione femminista; fonti sapientemente e profondamente amalgamate in quella prosa emozionale che fa dei libri di Ferrante delle macchine narrative di grande impatto e successo. Nel riconoscere nella scrittura di Ferrante uno spirito sperimentale forte il saggio mette in luce un punto fondamentale; e lo fa nonostante certa critica, abbastanza miope, si ostini a definire la scrittrice povera proprio di stile. Un lavoro, insomma, in cui “l’omonimia perfetta tra autore, narratore e personaggio” crea un “ipergenere” che travalica il postmoderno, e forse anche il global novel.

La sua è una fiction teoretica, una “autobiografia di fatti non accaduti”; Pinto mette bene in luce questa attività costantemente “transmediale”e  “traduttiva” nell’opera della scrittrice. E in questo è interessante il confronto con le posizioni teoriche espresse da Anita Raja, la traduttrice che secondo molti sarebbe la persona dietro Elena Ferrante. La riflessione parte dal concetto di Ferrante come “funzione-autore” in senso foucaultiano per arrivare a quello di “narratrice-traduttice”, “forza resistente e perturbante del femminile simbolico”. Al di là ed oltre, insomma, del gossip sullo svelamento dell’anonimato, che poco ci interessa.

Scheda del libro

Titolo: Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività
Autore: Isabella Pinto
Editore: Mimesis
Anno: 2020
Pagine: 254
ISBN:  9788857563961
Prezzo: 20.90 euro.

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