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Letteratura italiana: l’Ottocento in 5 libri e autori

I capolavori della letteratura italiana dell’Ottocento: l’Ortis di Foscolo, I promessi sposi di Manzoni, i Canti di Leopardi, le Rime di Carducci e I Malavoglia di Verga

l'Ortis di Foscolo, I promessi sposi di Manzoni, i Canti di Leopardi, le Rime di Carducci e I Malavoglia di Verga
l’Ortis di Foscolo, I promessi sposi di Manzoni, i Canti di Leopardi, le Rime di Carducci e I Malavoglia di Verga

Se scegliere soltanto cinque autori e libri per i secoli precedenti sembrava un’ardua impresa, arrivati all’Ottocento raggiungiamo la missione impossibile. Proviamoci: Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Giosué Carducci e Giovanni Verga sono gli scrittori imprescindibili della letteratura italiana dell’Ottocento. Le loro poesie, le loro narrazioni sono ancora così vive nel presente da non sembrare lontane nel tempo. Ci hanno lasciato sicuramente più di un’opera importante da ricordare.

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L’Ortis di Ugo Foscolo

“Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Foscolo

La vicenda del romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo (1778-1827), sostanzialmente immutata nel corso delle varie edizioni (1798, 1802, 1816), narra del veneziano Jacopo Ortis perseguitato dalla polizia austriaca dopo che Venezia è stata ceduta da Napoleone all’Austria con il Trattato di Campoformio. Il giovane di ideali giacobini si rifugia sui Colli Euganei, conosce Teresa e se ne innamora. Ma la ragazza è già stata promessa dal padre al possidente Odoardo. Anche Teresa è innamorata di Jacopo ma non vuole opporsi al volere paterno. Jacopo decide quindi di partire. La seconda parte del romanzo contiene le lettere scritte durante le sue peregrinazioni.

Quando apprende la notizia del matrimonio di Teresa si suicida con un pugnale. Il romanzo epistolare ha già conosciuto grande fortuna nel Settecento: celebri Pamela di Richardson, La nuova Eloisa di Rousseau e I dolori del giovane Werther di Goethe. L’originalità dell’Ortis sta nel linguaggio incisivo, aspro, declamatorio. Tra i massimi esponenti della letteratura italiana del neoclassicismo e del primo romanticismo, nella sua produzione si distinguono due linee letterarie principali: una di indirizzo romantico (i sonetti In morte del fratello Giovanni, A Zacinto, Alla sera, e il carme I Sepolcri), l’altra di indirizzo neoclassico (le odi A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata, e il poema incompiuto Le Grazie). Nella corrente romantica si collocano anche le Ultime lettere di Jacopo Ortis.

I Promessi Sposi di Manzoni

“I promessi sposi” di Manzoni

Autore tra i massimi della letteratura, come ricorda l’enciclopedia Treccani, con I promessi sposi Alessandro Manzoni (1785-1873) realizza, anche per l’uso di una lingua nazionale, un modello fondamentale per la successiva letteratura, che costituisce l’esito supremo della parabola iniziale del romanzo in Italia. La prima stesura del romanzo, risalente agli anni 1821-23, si intitola Fermo e Lucia, dal nome dei protagonisti; la seconda redazione, profondamente modificata (fra l’altro il nome di Fermo diventa Renzo), è pubblicata in tre volumi dal 1825 al 1827 (edizione detta ventisettana) col titolo, che doveva restare, I promessi sposi; la seconda edizione definitiva, ampiamente riveduta e corretta specie in fatto di lingua, appare dal 1840 al 1842 ed è perciò detta la quarantana.

Gli avvenimenti si svolgono tra il 1628 e il 1630 nella campagna lombarda, devastata dalla guerra dei Trent’anni e stremata dalla carestia e dalla pestilenza. L’amore di due popolani, Renzo e Lucia, in procinto di sposarsi, è contrastato dal signorotto don Rodrigo che, invaghitosi della giovane, cerca di impedire il matrimonio, contando sulla viltà del curato, don Abbondio. Lo schema romanzesco tradizionale di due giovani innamorati che solo dopo varie peripezie riescono a sposarsi è depurato da elementi fantastici o avventurosi per dare spazio alla descrizione dei più saldi valori morali.

I Canti di Leopardi

Tra i massimi scrittori della letteratura italiana di tutti i tempi, Giacomo Leopardi (1798-1837) ci ha lasciato poesie di straordinaria bellezza. Il titolo Canti, dato da Leopardi alla raccolta delle sue poesie, appare per la prima volta nell’edizione fiorentina del 1831 che, preceduta da una dedicatoria Agli amici di Toscana, comprende 23 componimenti, di cui parecchi già pubblicati in tempi ed edizioni diversi (canzoni All’Italia, Sul monumento di Dante che si prepara in Firenze, Roma 1819; Canzone ad Angelo Mai, Bologna 1820; Canzoni, 1824; Versi, 1826).

Nella seconda edizione, Napoli 1835, i canti salgono a 39; e a 41 (con l’aggiunta, cioè, del Tramonto della luna e della Ginestra) in quella postuma, Firenze 1845, curata da A. Ranieri, ma predisposta dal poeta stesso, che costituisce la base delle edizioni successive. Nella sua opera è centrale il tema dell’infelicità costitutiva dell’essere umano, intesa come legge di natura alla quale nessun uomo può sottrarsi.

Le Rime di Carducci

Le “Rime nuove” di Carducci

L’opera più intima e umana di Giosue Carducci è la raccolta Rime nuove che comprende centocinque liriche, composte dal 1861 al 1887, ripartite in nove sezioni. L’autore sembra voler ripercorrere le tappe del suo cammino poetico in una sintesi prospettica affiancata dall’anticipazione di motivi che saranno centrali poi nelle Odi barbare. Ampia la scelta dei temi: rivisitazioni storiche, rievocazioni della giovinezza trascorsa in Maremma, ricordi autobiografici, quadri paesaggistici.

I Malavoglia di Verga

Il suo nome si lega all’affermazione del Verismo in Italia. Romanziere e novelliere d’eccezione, autore di teatro, Giovanni Verga (1840-1922) apporta importanti novità nella narrativa italiana. Innanzitutto l’eclissi dell’autore – in Manzoni, al contrario, era onnisciente – che non deve far trasparire il proprio giudizio sui fatti e sui personaggi. Verga sceglie un narratore interno al libro e quindi capace di un’aderenza totale al parlato e alla mentalità popolare.

Il romanzo I Malavoglia (1881), che appartiene al cosiddetto ciclo dei vinti, narra le vicende della famiglia Toscano, i Malavoglia appunto. Sono pescatori di Aci Trezza che, nella ricerca del meglio, finiscono per indebitarsi irreparabilmente. Testo chiave del Verismo, il libro rappresenta la perfetta realizzazione delle teorie elaborate da Verga e Capuana: l’assenza volontaria del narratore autore.

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