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I cinque grandi film di Darren Aronofsky

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Cinque film imperdibili frutto della geniale mente di Darren Aronofsky: Il teorema del delirio, Requiem for a dream, Madre, Il cigno nero, The Wrestler

Cinque film imperdibili frutto della geniale mente di Darren Aronofsky: Il teorema del delirio, Requiem for a dream, Madre, Il cigno nero, The Wrestler

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Il teorema del delirio (1998) con Sean Gulette e Mark Margolis

Attraverso la matematica, la filosofia, la religione e il delirio cammina l’esistenza di un genio, Maximillian Cohen (Sean Gulette). Una discesa libera verso la morte spinta dal desiderio di conoscere i segreti nascosti nel sistema della vita. Il folle cerca quindi al di là di quello vede, Al di là del mondo avvolto dal buio dell’inconsapevolezza, mirando lo sguardo verso la luce accecante della conoscenza. Ma fuori la grotta, intesa in senso platonico, l’uomo non ha ossigeno e muore. L’oscurità e l’angoscia in cui riversa la condizione del genio è in perfetta sintonia con la scelta di girare in bianco e nero. L’immagine quindi, attraverso il maniacale uso del dettaglio, sincronizzato con l’elemento sonoro, detta il tempo dell’azione. Un crescendo meccanico e convulso in cui la mente degenera nell’angoscia allucinante. Il mito di Icaro si fonde con il tema dell’uomo-macchina.

Requiem for a dream (2000) con Jared Leto e Jennifer Connelly

La dannazione dell’anima grida ed esibisce lo strazio della sua morte in un film che sa trasportare lo spettatore nel vivo dell’angoscia. La storia di due giovani tossicodipendenti innamorati, Marion ed Harry (Jennifer Connelly e Jared Leto) offre uno sguardo poeticamente distruttivo sull’esistenza, macchiandola del delirio umano. Darren Aronofsky dà quindi un volto al caos. Questo grazie ad una regia che sperimenta gioiosamente le potenzialità del dispositivo cinema. Restituendo così, il disordine interiore dei personaggi e una realtà che gradualmente a passo con la loro vita si frantuma. Lasciando poi il vuoto della solitudine dietro di sé. Tutto concorre al fine del dramma. Dalla colonna sonora, tra cui Bialy & lox congar di cui il regista stesso è uno degli esecutori, alla forza visiva della fotografia passando per le potenzialità tecniche della macchina da presa. Una lente d’ingrandimento quindi dentro e fuori la malattia della mente.

Madre (2017) con Jennifer Lawrence e Javier Bardem

Veronica (Jennifer Lawrence) una delicata e dolcissima donna in dolce attesa vive in stato di grazia sola con Him (Javier Bardem) un uomo buono e sicuro di sé, perfetto per la sicurezza sua e del bambino. Purtroppo l’orrore nella sua forma più diabolica sta per abbattersi sul suo destino di madre. Il male infatti scorre e si nasconde nelle vene della casa stessa, un organismo vitale e maledetto. È qui che l’inferno accoglierà la vita. In un consolidato procedimento filmico proprio di Aronofsky, legato al crescendo di tensione, la purezza e la gioia di essere madre si macchierà con il sangue in un climax finale sconvolgente. Quello stesso uomo buono e famigliare, così come appariva la casa, trasformerà il rito vitale della nascita in quello caotico e demoniaco della morte. Un horror psicologico da non perdere in cui il senso del perturbante si fonde con la più disturbante e violenta visionarietà.

Il cigno nero (2010) con Natalie Portman e Mila Kunis

L’immagine della danzatrice classica portatrice di sogno e animata dalla gioia di vita nella forza della sua precisa delicatezza non è il tema di questo film. Darren Aronofsky ci offre tutt’altro e lo fa con il crudo e brutale piacere di mostrare la sofferenza. È infatti nel corpo della ballerina Nina Sayers (Natalie Portman) che il peso della materia umana si concretizza, trasformandone la carne stessa. La purezza e la leggerezza simbolicamente espressa dal cigno bianco è il sogno, frutto di una nevrosi, della ballerina. Tuttavia Aspirando a tale ideale la donna reprime se stessa, la sua natura, taglia le sue stesse ali. Ma ecco che là dove vive la repressione emerge la violenza dell’espressione. La ballerina infatti affronta il suo male interiore con il dolore e la sofferenza estrema; la sua pelle è ferita, la mente nevroticamente scissa. Darren Aronofsky offre un film all’insegna dello sporco sul bianco, della perversione velata nel candore dell’innocenza, della schiavitù nell’anima da parte dell’anima stessa celata nel nascondiglio dell’unità. Attraverso la degenerante rovina del corpo il regista mette in scena quindi la fragilità della mente.

The Wrestler (2008) con Mickey Rourke e Marisa Tomei

Il tema del corpo e del suo deterioramento torna con Wrestler a raccontare il dramma del tempo e dei desideri irrealizzabili che porta con sé. Qui è l’anima di Randy Robison (Mickey Rourke), un ex glorioso wrestler degli anni 80, a portare i segni del passato e la sofferenza del presente. In un racconto lineare seguiamo da vicino la vita di un uomo che tenta di combattere ancora ma non sul ring. È la vita la battaglia a cui dovrà rispondere ancora, ma stavolta senza la gloria conquistata con le sue vittorie; ricordo ormai, dopo vent’anni, lontano. La telecamera di Darren conosce il destino ineluttabile dei suoi personaggi e lo racconta solamente attraverso la fredda osservazione. Così che lo spettatore nutri un senso di pena e disillusione di fronte il triste spettacolo della fine. In questa capacità disarmante è racchiusa l’eccellenza di una regia che sa raccontare la realtà senza paura.

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