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Intervista a Giusy Lauriola: “I miei non-luoghi senza tempo e senza spazio”

Prosegue presso la Galleria Umberto Mastroianni dei Musei di San Salvatore in Lauro di Roma la nuova personale di Giusy Lauriola. “Sento che è finalmente l’inizio di una nuova fase: creare sulla tela un luogo che non esiste, ma che evoca qualcosa di familiare a chi lo guarda”, racconta l’artista…

Prosegue presso la Galleria Umberto Mastroianni dei Musei di San Salvatore in Lauro di Roma la mostra personale “Giusy Lauriola. Prendiamo il sentiero paludoso per arrivare alle nuvole”, curata da Federica Di Stefano. Diciassette le opere esposte, realizzate in smalto, acrilico, bitume e resina su tela, e due installazioni in tessuto resinato. Nuove forme dai confini indefiniti, proprio come le nuvole. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 marzo (dal martedì al sabato, dalle 10 alle 13.00, e dalle 16.00 alle 19.00). L’ingresso è gratuito.

Giusy Lauriola, come nasce questa mostra?

Mi piace definire questa mostra un po’ “magica”. Mentre stavo realizzando le prime opere lavorando sullo sfondo con la mia tecnica di smalti bitume e resina, mi sono resa conto che inconsciamente stavo ricreando un sogno che risale a tanto tempo fa. Ero in un “luogo non luogo” molto sereno in cui non esistevano solo tre dimensioni ma addirittura quattro, perché le persone era come se volassero, ma in piedi. Probabilmente essendo molto fisica la mia tecnica, lavoro con il quadro su un tavolo, e unisco le varie materie in maniera molto istintiva il mio subconscio debba aver agito e tirato fuori quelle immagini nascoste nella memoria.

A quel punto l’unica fatica era quella di far tacere tutte le voci che mi parlano mentre creo per lasciare la parte più nascosta libera di esprimersi. Sento che questo è finalmente l’inizio di una nuova fase che aspettavo da tempo: creare sulla tela un luogo che non esiste, ma che evoca qualcosa di familiare a chi lo guarda.

Quali sono le tele a cui tieni di più, sia visivamente che emotivamente?

E’ una domanda a cui non so rispondere: ogni tela con i suoi differenti colori e atmosfere rappresenta un diverso stato d’animo. Quelle che amo di meno non arrivano mai in mostra ma vengono cancellate o ci lavoro sopra. Ciò nonostante ho modificato qualche giorno prima dell’inaugurazione una delle mie opere per dedicarla alla tragedia della guerra in Ucraina: un cielo con sopra un prato rosso su cui è appoggiato un elmetto e una persona che sotto alza la mano, intitolata “Immersi in un rosso torpore”.

Raccontaci la tua tecnica, quanto tempo impieghi per la realizzazione dei tuoi quadri?

Il tempo è relativo. Di solito, se tutto fila liscio, la base di un’opera si realizza in 10 giorni. Poi deve passare al vaglio della mia approvazione. Poi c’è l’inserimento delle figure che rappresentano la presenza umana in queste atmosfere metafisiche o sospese. Di solito mi ispiro a fotografie in bianco e nero del passato perché mi trasmettono maggior poetica anche se sto piano piano inserendo anche figure più attuali. E anche questi inserimenti hanno bisogno di tempo e del mio “ok”.

“Magici” anche i titoli delle opere esposte: come li hai pensati?

I titoli sono piccole frasi poetiche che nascono dopo la realizzazione di quella determinata opera. Mi fermo davanti al quadro e aspetto per sentire le emozioni che mi rilascia. Essendo la mia realizzazione molto istintiva, devo a mia volta cogliere quello che in quel momento volevo esprimere. Potrei scrivere un trattato per ogni tela.

Prossimi progetti?

Sicuramente, prima dell’estate, andrò in Grecia per una residenza artistica nella Domus Art Gallery. Poi dovremmo avere una seconda tappa a Milano del progetto Amabie, La Magica Profezia dello Yokai ma data e luogo sono ancora da decidere. In programmazione due mostre istituzionali a Palermo e Bari e poi, ovviamente, tra qualche anno mi aspetta il MOMA!

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