Lun. Giu 8th, 2026

“C’era un Tessuto”: l’anima italiana nei fili della memoria


C’era un Tessuto è molto più di un’azienda artigianale: è una piccola epopea familiare che vive tra i vicoli antichi di Farfa e la passione di Elisabetta Scipioni…

C’è un angolo d’Italia in cui il tempo sembra rallentare, dove il suono dei telai racconta storie di mani sapienti e dove ogni tessuto è il risultato di amore, cura e memoria. Si chiama C’era un Tessuto, ed è molto più di un’azienda artigianale: è una piccola epopea familiare che vive tra i vicoli antichi di Farfa e la passione di Elisabetta Scipioni, che abbiamo incontrato in occasione dello showroom in programma dal 20 al 22 maggio al Donna Laura Palace, sul Lungotevere delle Armi 21 a Roma.

Elisabetta, come nasce “C’era un Tessuto”?

«Tutto è partito da mia nonna, una donna abruzzese originaria di un paesino arroccato vicino L’Aquila, che aveva una grande passione per il tessuto. Realizzava i corredi da sposa, come si usava allora, con una maestria che la portò nel 1937 a partecipare a una mostra del tessile a Palazzo Venezia, a Roma. Proprio lì incontrò il conte Volpe di Misurata, all’epoca proprietario terriero di Farfa, che le disse: “Se lei viene a Farfa a fare casa e bottega, le do quello che le serve per aprire un’attività. L’importante è che questa arte vada avanti.” Così, ancora non sposata, ebbe il coraggio di trasferirsi lì, cogliendo quella grande opportunità.

Aprì una bottega proprio accanto all’Abbazia e si dedicò anima e corpo alla tessitura, fondando persino una piccola scuola per insegnare quest’arte.
Io sono praticamente nata in mezzo a quei telai. Anche se vivevamo altrove, ogni fine settimana lo passavamo da lei. Mi ha insegnato piccole cose al telaio, finché è stata con noi. Quando è venuta a mancare, mio padre ha lasciato il suo lavoro dicendo: “È troppo bello per chiudere un’attività così.” Già aiutava mia nonna, ma da quel momento si è dedicato completamente, ampliando e rafforzando l’attività. Ha portato avanti questa passione per tanti anni, trasformando la tessitura a mano in un’attività più strutturata, ma sempre artigianale. E poi… eccomi qui.»

E tu hai proseguito questo percorso?

«Sì, quando mio padre è venuto a mancare ho capito che quella era la mia vita. L’ho sempre aiutato, ho sempre lavorato con lui. Così ho voluto riprendere l’attività, darle un nuovo nome, C’era un Tessuto, proprio per mantenere viva la memoria di un tempo in cui ogni cosa era fatta con amore, con lentezza, con dedizione. Volevo far rivivere quei tessuti come li faceva l’uomo, con l’intento di ricreare un’armonia tra passato e presente. Oggi, per esempio, abbiamo riprodotto le grottesche ispirate alle Domus romane, un richiamo raffaellesco, che il professor Vittorio Maria de Bonis ha valorizzato con il suo sguardo storico. Modernizzare sì, ma cercando nel passato.»

Tramandare queste tecniche dev’essere una sfida…

«Assolutamente. La cosa più difficile è mantenere vivo il telaio a mano, che ormai sta scomparendo. Ma io continuo a usarlo. E faccio anche quello che faceva mia nonna: il riciclo. Lei prendeva vecchi vestiti o lenzuola rotte, li tagliava a strisce e creava tappeti da terra. Io faccio la stessa cosa con gli avanzi dei tessuti. Oggi il tessile è uno dei settori più inquinanti al mondo, ma noi lavoriamo solo con fibre naturali, nobili, come il lino, a volte misto cotone per renderle più fruibili. Anche nei disegni c’è memoria: abbiamo tessuti ispirati al battistero di Firenze, o la rosa a cinque petali presa dal soffitto della chiesa di Farfa, simbolo degli Orsini. Ogni disegno è un’emozione, una storia, un pezzo di noi.»

Guardando al futuro, che speranze hai per l’artigianato tessile italiano?

«Qui mi fai una domanda che fa un po’ male… Vedo tanti produttori in difficoltà, specie quelli che vogliono restare fedeli alle materie prime di qualità. I tempi lunghi della lavorazione non si conciliano con un mercato che vuole tutto e subito. Ma quello che si rischia di perdere è il bello: la differenza tra un oggetto fatto con amore e uno fatto in serie. È proprio quel “qualcosa in più” che trasmette emozione. Gli artigiani italiani andrebbero coccolati di più: viviamo in un paese ricco di arte, cultura, ispirazione. Sarebbe un peccato spegnere questa fiamma.»

Parlaci di Farfa, dove avete la vostra sede. Che atmosfera si respira lì?

«Farfa è un borgo del Seicento, con 30 abitanti e un’atmosfera fuori dal tempo. A volte sembra un’isola: la domenica è piena di gente, ma nei giorni feriali può essere deserta. Ed è proprio in questo silenzio che troviamo ispirazione. La natura, la cultura, la spiritualità di questo posto ci nutrono. Da qui nascono i nostri disegni, i nostri colori. È un luogo che ti dà la pace per lavorare, per creare. Certo, a volte vorremmo più movimento, ma va bene così. Altrove, forse, si perderebbe tutto questo.»

Appassionato/a di arte, spettacolo e cultura? Segui le nostre pagine FacebookXGoogle News e iscriviti alla nostra newsletter

Related Post

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri di più da Uozzart

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere