In questa intervista, Marta Mondelli ci racconta il suo romanzo La moglie del cieco, un’intensa riflessione sull’identità, il dolore e la ricerca interiore. Tra New York e Milano, la scrittrice esplora i legami complessi tra realtà e fantasia…

“La moglie del cieco”, uscito per la casa editrice milanese La Vita Felice, segna il ritorno letterario di Marta Mondelli – attrice, regista, scrittrice e madrina del festival Capalbio Libri. Il romanzo si distingue per una scrittura evocativa e cinematografica, capace di creare immagini vivide e suggestioni che rimandano al linguaggio del cinema.
La protagonista Alice Williams tenta di ricostruire la propria vita dopo un divorzio che l’ha segnata profondamente. Isolata nel suo appartamento newyorkese con vista sull’Empire State Building, trova conforto solo in un bicchiere di Bloody Mary e nei ricordi di un passato perduto.
La sua esistenza viene sconvolta da misteriose telefonate di un uomo che afferma di conoscerla. Da quel momento, il fragile equilibrio emotivo di Alice inizia a incrinarsi. Il romanzo esplora i confini della memoria e dell’identità, portando il lettore in un viaggio psicologico in cui nulla è come sembra.
Marta Mondelli, di cosa parla “La moglie del cieco”, edito da La Vita Felice?
Il tema centrale è l’identità. È un argomento che mi affascina profondamente. In questo romanzo, l’identità rappresenta una condizione vitale per la protagonista, un aspetto che diventa quasi una questione di vita o di morte.
Il tuo libro è autobiografico? C’è un episodio della tua vita che ti ha ispirato?
Io credo che ogni romanzo sia in qualche modo autobiografico, perché ogni scrittore mette una parte di sé in ogni personaggio, anche nelle situazioni più lontane dalla sua esperienza. Nel mio caso, ci sono sicuramente episodi autobiografici, come ad esempio la New York che descrivo nel libro. Nonostante non abbia vissuto nel Meatpacking District o frequentato cliniche psichiatriche, ho lavorato come interprete in ospedale e ho ricevuto telefonate minacciose da uno sconosciuto. Anche il mio divorzio e l’incontro con un cieco e sua moglie nell’Upper East Side sono elementi reali, mentre altri personaggi, come David e Carol, sono completamente inventati.
Il romanzo è ambientato a New York. Che rapporto hai con questa città? Torneresti a viverci?
New York è una città che amo profondamente, nonostante le sue difficoltà. Ho vissuto lì per anni, e quando sono tornata a Milano nel 2019 ho provato un vero e proprio lutto. Nonostante mi piaccia Milano, credo che New York offra una qualità di vita inferiore, ma è una città unica con un ritmo che mi appartiene. Se tornerò? Potrei farlo domani, ma con una consapevolezza più matura sulla sua complessità.
Dove hai scritto “La moglie del cieco”?
L’ho scritto a New York, tra il 2010 e il 2011, un periodo in cui mi sentivo particolarmente ispirata dalla città. Il titolo mi ha colpito fin da subito e, anche prima di conoscere tutta la trama, sapevo che sarebbe esistita “la moglie del cieco”.
Come mai hai ripreso in mano questo libro dopo tanti anni?
Avrei voluto pubblicarlo subito, ma ci sono stati ostacoli. Poi, a Milano, ho sentito il bisogno di rivederlo e finalmente l’opportunità è arrivata. È stato emozionante riscoprire quel manoscritto e vedere come il mio mondo fosse cambiato nel frattempo.
Che tipo di musica ascoltavi mentre scrivevi il romanzo?
Durante la scrittura, ascoltavo la colonna sonora di Volver di Almodóvar, composta da Alberto Iglesias. Era perfetta per il tono del romanzo: misteriosa, emozionante, a tratti inquietante.
Come scrivi? Hai una routine?
Scrivo partendo da appunti scritti a mano, perché credo che i pensieri debbano “straripare” prima di poter essere messi al computer. La mattina è il momento in cui sono più produttiva. Lavoro in silenzio o con della musica di sottofondo, rivedendo e rileggendo ad alta voce ciò che scrivo.
Nel libro si affronta anche la malattia psichica. Hai avuto esperienze personali?
Mio padre ha avuto e ha tuttora problemi di salute mentale. Questo ha avuto un impatto significativo sulla mia famiglia. Per me, scrivere di questi temi nella narrativa è un modo di esplorare la psiche umana in modo profondo. La scrittura permette di entrare nella mente dei personaggi in maniera molto intima.
La copertina del libro ha un ruolo importante. Come l’hai scelta?
La copertina inizialmente proposta dalla casa editrice non mi convinceva, e dopo aver espresso il mio disappunto, mi hanno permesso di cercare un’alternativa. La fotografia che ho scelto su Unsplash, “Woman with blue and green face paint” di Gerardo Rosales, rappresentava perfettamente il tema del libro. L’acqua, simbolo di inizio e fine, è anche molto presente nel romanzo.
I sogni di Alice sono un elemento distintivo nel romanzo. Cosa volevi comunicare attraverso di essi?
I sogni rappresentano l’annebbiamento delle capacità logiche di Alice. Man mano che la storia si sviluppa, è sempre più difficile distinguere tra ciò che accade nella realtà e ciò che succede nella sua mente. Volevo usare i sogni per evidenziare la crescente confusione interiore della protagonista.
L’odore di Alice, che sembri descrivere come qualcosa di “salmastro” o acquoso, che significato ha?
Alice è una presenza difficile da definire, persino per sé stessa. Se dovessi immaginare un suo odore, sarebbe qualcosa di legato all’acqua, un simbolo di instabilità e ricerca di identità. Questo è in linea con la sua lotta interiore.
Perché hai scelto di rendere il coprotagonista cieco?
Il cieco, Paul, rappresenta la verità. Ho scelto di associarlo alla cecità come simbolo della capacità di vedere oltre le apparenze. Ogni personaggio maschile nel romanzo ha un ruolo che va oltre il semplice ruolo di uomo, e la cecità di Paul è il suo modo di vedere il mondo in modo più profondo.
Le donne nel tuo libro sono figure complesse. Qual è il significato dietro la rappresentazione femminile?
Le tre donne nel romanzo – Alice, Carol e la moglie del cieco – incarnano diversi aspetti della fragilità femminile. Ho voluto esplorare il bisogno di dipendere dagli altri, di essere definite dalle proprie relazioni. Questo tema si intreccia con la lotta per l’identità, che è al centro del romanzo.
Come il divorzio e la maternità hanno influenzato la tua scrittura?
Quando ho scritto il libro, avevo appena divorziato e non avevo figli, ma il tema del divorzio e della solitudine era presente nel mio lavoro. Oggi, con i miei figli, mi rendo conto di quanto queste esperienze abbiano modellato il mio percorso, e penso che i miei bambini dovranno leggere questo romanzo tra molti anni!
Come descriveresti il tuo rapporto con il libro?
Un libro è come un figlio: va coccolato e protetto. Una volta che l’hai scritto bene, è in grado di vivere autonomamente, anche senza di te.
Hai altri progetti in cantiere?
Sto lavorando su nuove idee, prendendo appunti. È una fase entusiasmante e spero di riuscire presto a concretizzare un nuovo progetto.
Cos’è per te il piacere di leggere?
Il piacere di leggere è quello di vivere tante vite in una sola. La lettura ti permette di entrare in mondi che altrimenti non avresti mai conosciuto, di scoprire voci e storie che risuonano dentro di te. È un piacere che solo la lettura può dare, un’esperienza intima e profonda che non può essere replicata da nessun altro mezzo.
Quanto sei stata autentica nella scrittura di questo romanzo? E in questa intervista?
Sono sempre autentica, sia nella scrittura che in questa intervista.
Sei Alice Williams?
Alice Williams non sono io, ma in un certo senso le appartengo.
Chi è veramente Marta Mondelli?
Sono una persona con tanti interessi, un po’ introversa, ma che trova forza nell’indipendenza. La solitudine può essere una debolezza, ma è una parte di me che cerco di gestire. Alice rappresenta quella paura che mi spinge a evitare una simile fine.
Appassionato/a di arte, spettacolo e cultura? Segui le nostre pagine Facebook, X, Google News e iscriviti alla nostra newsletter
Classe 1977, consulente di comunicazione. Vivo fra Roma e l’Umbria. Prima e dopo la laurea sono passato per varie reincarnazioni: sarto, guerrilla marketer, responsabile ufficio stampa nel settore del trasporto aereo, ghost writer. Mi occupo dello sviluppo di progetti editoriali e organizzo festival letterari. Leggo libri, da scrittore sospeso ne scrivo recensioni.

