Nel 1997, un piccolo studio catalano sviluppò un prototipo di videogioco ispirato al Cubismo, “Las formas que hablan”…

Nel 1997, un piccolo studio catalano, in collaborazione con il Museo Picasso di Barcellona, sviluppò un prototipo di videogioco ispirato al Cubismo. Si intitolava Las formas que hablan. L’idea era tradurre i principi della scomposizione visiva in dinamiche interattive.
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Las formas que hablan: un gameplay destrutturato
Il gioco prevedeva che il giocatore attraversasse ambienti frammentati – stanze, città, volti – che cambiavano prospettiva al minimo movimento. Non c’erano livelli o nemici, ma enigmi ottici da risolvere deformando la realtà. Ogni passaggio sbloccava dipinti reinterpretati digitalmente.
Il blocco
Presentato a una fiera a Madrid nel 1998, il progetto fu accolto con interesse, ma mai distribuito. Problemi di copyright e incompatibilità grafiche con le prime console domestiche ne decretarono la fine. Il file eseguibile esiste, ma non è più compatibile con i sistemi attuali.
Un gioco invisibile
Las formas que hablan non è solo un gioco perduto: è una delle poche esperienze che cercarono di trasporre l’estetica cubista in un ambiente immersivo. Una lezione d’arte che si poteva attraversare. E che oggi resta solo nella memoria di chi ne ha visto lo schermo.
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Di origini salentine, vivo e lavoro a Roma dal 2005. Ho imparato a leggere a 2-3 anni. Per scrivere ho dovuto aspettare i 4. Da allora non mi sono più fermato. La scrittura è la mia vita, la mia conoscenza, la mia memoria. Nonché il mio lavoro. Che mi aiuta a crescere ed imparare. Per non sentirmi mai arrivato, per essere sempre affamato di conoscenza.
