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“Glock 17. La pazienza dell’odio”: la recensione

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“Glock 17. La pazienza dell’odio” è l’esordio narrativo di Emanuele Bissattini per Round Robin Editrice. Il romanzo, già sul tavolo di una casa di produzione Tv, è il primo volume di una trilogia che sta suscitando l’interesse del panorama editoriale internazionale di crime story. Il libro è stato selezionato per l’edizione 2017 del Premio Scerbanenco, il più importante riconoscimento letterario italiano per il genere giallo/noir.

“Glock 17” è un titolo che è uno slang, anzi un’onomatopea: “clang” come il verso che fa il carrello di questa pistola dal corpo in ceramica quando scorre. Rumore. Odore di polvere da sparo. Ricordi. Debiti da saldare per conti che non tornano. Anni che volano e tempi che non passano mai, o meglio si ripresentano. La Glock 17 è un vero oggetto magico così come Vladimir Propp l’ha inteso nello schema omonimo presentato nel suo lavoro “Morfologia della fiaba”. Questa pistola vive, uccide e fa vivere, è presente sempre con la sua storia: gli episodi che può raccontare e quelli di cui deve tacere. Quelli che ha determinato direttamente e quelli che ha scansato.

Giustizia, ingiustizia, importa davvero sapere da che parte stare?

Importa davvero se si risponde solo a se stessi, alla propria legge di piombo, alla propria sete di vendetta? Se si fugge dalla propria solitudine per aver paura di doversi guardare allo specchio e chiedersi chi siamo? Cosa siamo diventati?

Il confine tra il bene ed il male non è mai in discussione per Ettore detto il Gatto, meccanico di moto per copertura e killer per professione. Eroe tragico. Giustiziere alla sempiterna ricerca di una nuova missione, per rimettere a posto le cose altrui e tornare a fare i conti con se stesso.

Bene e male non sono un’opinione. Ettore conosce entrambi. Come un Gatto crea la sua personale traiettoria, un’etica che risponde soltanto al suo bisogno di verità. Un diaframma in bianco e nero attraverso cui filtrare la realtà, che però sembra celare una certa stanchezza: quasi che l’assuefazione non sia più sufficiente per rispondere alle esigenze della propria regola morale.

Morti, risorti. Persi e riscattati. È vita quella di questi samurai, come Ettore e il suo compare Sigmund detto il Tedesco? Morti che camminano, in grado di assolvere al meglio alla propria missione a rischio della propria esistenza, perché in realtà l’hanno già perduta?

Quanto dolore, quanto sangue c’è stato in passato? Quanto ce ne sarà in futuro?

C’è una possibilità? Un’alternativa? O qualcosa per cui combattere oltre il proprio odio e le occasioni che il fato pone occasionalmente sul proprio cammino per farlo deflagrare?

La speranza è una ragazzina di nome Lucilla, il cui destino è tristemente legato a doppio filo al proprio, a quello del proprio amato padre e della sua pistola?

Un proiettile della Glock 17 è una risposta troppo breve ed allo stesso tempo troppo esauriente per andare bene. Per questo la storia principale emerge per accumulazione e sottrazione, nascondendosi fra le pieghe dei vari episodi narrati, con la risoluzione di un caso minore che permette l’accesso ad un livello superiore di quello principale.

Istantanee. Sequenze. Il libro ha una natura cinematografica. I dialoghi, i modi di dire ne sono una cartina al tornasole. Tanto che l’autore sembra aver scritto già pensando ad una futura sceneggiatura. È il ritmo serrato degli avvenimenti a confermarlo, ma anche le descrizioni coreografiche delle azioni narrate.

Tutta la storia è raccontata, anzi filmata in soggettiva. Una scelta coraggiosa che può provocare straniamento, perché ad una lettura superficiale i caratteri dei personaggi possono sembrare appiattiti e monodimensionali. In realtà ci si trova di fronte ad un processo di costruzione e stratificazione che deve essere visto alla luce dell’intera trilogia.

Bissattini scrive veloce, cercando di condensare immagini in poche parole, con un stile fresco, conciso, musicale ma distonico, “piacione” quanto basta. La lettura è semplice e seducente aiutato da una Roma sempre presente ma mai invadente, decadente ma non crepuscolare. Sbagliata per convenzione, come la parte da cui stanno i personaggi che racconta. Criminali o giustizieri che siano, chi se ne importa.

Roma è nel loro modo di parlare, romano ma non romanesco, non sono delle macchiette. È nelle strade, nelle periferie non scontate, nei locali veri o verosimili, nelle atmosfere sature e ingombre dei respiri di chi s’è fatto strada per primo, persino nei loro mezzi di locomozione.

Tutti a loro modo lottano, come l’autore che vede proprio nella lotta la metafora della propria scrittura. Un tentativo di ridefinizione di se stesso di cui Bissattini deve andare fiero. “Glock 17. La pazienza dell’odio” è un libro d’esordio solido e imperfetto. Animato da una tensione positiva che speriamo possa alimentare anche i prossimi libri. Auguriamo allo scrittore di imparare a governarla senza corromperne la forza vitale, di esaltarla senza prendersi troppo sul serio. Senza per questo abbassare la guardia, continuando a fare le cose per bene.

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