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Luce del Nord di Gianluigi Bruni – La recensione del libro

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Edito da Rubbettino, segnalatosi da inedito al Premio Calvino 2019 e proposto da Antonio Pascale al Premio Strega 2020, “Luce del Nord” è l’esordio in narrativa di Gianluigi Bruni, sceneggiatore cinematografico e portinaio

Edito da Rubbettino, segnalatosi da inedito al Premio Calvino 2019 e proposto da Antonio Pascale al Premio Strega 2020, “Luce del Nord” è l’esordio in narrativa di Gianluigi Bruni, sceneggiatore cinematografico e portinaio.

«Insieme siamo usciti dal cancello e siamo entrati nella notte. Dovevamo essere strani noi tre, il vecchio zoppo, il giovane stralunato, la donna grassa, perché quei pochi che incrociavamo si fermavano a guardarci e qualcuno ci indicava e qualcun altro rideva ma niente e nessuno poteva fermarci o intimorirci. Dovevamo andare».

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La trama del libro

Frank, Cristian, Eva, tre freaks derelitti: un vecchio ex-stunt puttaniere e alcolizzato, un ragazzo frenastenico che vive di elemosina illudendosi di essere un artista di strada, una attempata badante che appassisce nel ricordo dell’unico, impossibile amore della sua vita. Ognuno di loro narra, in un racconto tra il comico e il grottesco, talvolta picaresco, la propria stramba esistenza fatta di violenze subite e commesse, solitudine e disperazione. Sono tre invisibili mal tollerati e inadeguati a tutto, che sopravvivono faticosamente ai margini della città eterna. Creature approssimative e inconcluse che, insieme, sia pure per un brevissimo istante, tentano di realizzare l’utopia di un’esistenza piena, completa, felice.

«Non è vero che facevo la comparsa. Io ero maestro d’armi. E ero uno stunt. Anzi, stunt coordinator. Poi ho fatto pure l’attore. Come attore ho fatto Una pallottola per Django; Prega che è tornato Sartana e tanti altri film. Ci avevo sempre tre o quattro pose, almeno … ma poi, voglio dire … mi chiamo Francesco Alessandrelli, perché mi avrebbero chiamato Frank Sanders se facevo la comparsa? Il nome d’arte lo danno agli attori, mica alle comparse».

“Una storia indissolubilmente legata ai suoi personaggi, ma anche alla parabola personale dell’autore”

“Luce del Nord” è un romanzo che sa di buono fin dalla prima apertura delle pagine. Una storia indissolubilmente legata ai suoi personaggi, ma anche alla parabola personale dell’autore. Leggendola è difficile non tentare di sovrapporle, ma come Gianluigi Bruni afferma non si tratta di un’autobiografia, piuttosto ci si trova dinanzi ad un filtro che può orientare e permettere di capirne meglio la lettura.

In sua recente intervista Bruni ha sostenuto «Ho cominciato a scrivere per sottrarmi all’infelicità. Non mi accontentavo di quello che facevo». Forse è proprio questo il limite e la misura della natura autobiografica di questo romanzo: si tratta di questione di frequentazione, di familiarità con mondi, tematiche, persone. Tante, piccole verità che diventano testimonianza. Il ricordo e la sublimazione delle difficoltà attraverso la scrittura, per essere felice. Per sentirsi vivo.

«Io avevo ripreso le mie ricerche, avevo accumulato un pò di materiale per il libro che non avrei finito. Sentivo che ormai ero a un punto di svolta, non avevo scritto niente ma mi sentivo pronta a farlo. Ci avrei messo tutta la rabbia per le battaglie che avevo perso per non averle combattute e che non avevo combattute perché pensavo che le avrei perse comunque, anche se avessi provato a combatterle».

” Un romanzo scritto da qualcuno che ultimo lo è stato”

“Luce del Nord” è un romanzo sugli ultimi, quelli che la nostra società tende ad ignorare e che in fondo – delusi e disillusi – della nostra società non vogliono far parte. Un romanzo scritto da qualcuno che ultimo lo è stato. Se Gianluigi Bruni ora fa il portinaio mentre prima era uno sceneggiatore cinematografico è perchè il proprio lavoro l’ha perso. Sa cosa vuol dire farsi mantenere, dover abbandonare una casa. Conosce per fortuna anche la dimensione del riscatto, che non è mai un sogno americano qualunque, quanto piuttosto un percorso tortuoso e dall’approdo inaspettato, eppure in qualche modo conosciuto: la scrittura e questo libro ad esempio.

Vita. Storie di vita. Storia di Gianluigi che da sceneggiatore è finito a fare il portinaio ed ha trovato il tempo per leggere e scrivere un libro. Storia di Eva che di libri da scrivere ne ha iniziati tanti finendone nessuno ed è sfiorita correndo dietro mille mestieri che non sono il suo. Storia del vecchio Frank che ha perso lavoro e salute ma non la capacità di mettersi nei guai nonostante l’amore incondizionato della moglie tradita. Storia del giovane Cristian credulone quanto candido e puro, per questo sfruttato, rifiutato, ingannato.

«Da soli non potevamo niente… Noi tre insieme potevamo tutto senza scoraggiarci e senza credere alle malevolenze, agli sguardi pietosi, alle chiacchiere ostili».

Storie di esclusi, eppure amici. Ognuno guidato dal proprio talento oltre le difficoltà, semplicemente continuando a credere di potersi dare ancora delle possibilità. Come se, affrontandola insieme, la realtà possa fare meno paura; che la vita insieme possa ancora valere la pena di essere vissuta, esploratata. Insieme anelare di poter vedere anche la luce del grande Nord artico.

Storie di vita, storie di esclusi

Un pò come Fridtjof Nansen, l’esploratore norvegese che denunciò lo sterminio degli armeni da parte dei turchi e si dedicò a straordinarie imprese umanitarie, tanto da ricevere il Premio Nobel per la pace per la sua attività come Alto commissario per i rifugiati della Società delle Nazioni. Nansen nel romanzo compare a più riprese. Eva vorrebbe scriverne senza riuscirci la biografia, mentre Nansen diventa l’archetipo di chi spende la vita per alleviare le sofferenze degli ultimi. Una sorta di talismano, un bene rifugio a cui non si ha la forza di credere abbastanza.

«Un altro passato mi veniva avanti, che quasi non sembrava mio ma in un certo senso era più vero del mio ed ero invasa da ricordi di una grandissima dolcezza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale».

“Luce del Nord” è un romanzo corale? È sicuramente un romanzo costruito sui personaggi e che fa dell’approfondimento psicologico il suo forte. Riesce a dipingere un mondo e comunicare un mood. Ha una natura cinematografica, ma non propriamente visiva: è piuttosto l’esplosione di una sceneggiatura. Il libro si legge bene. La scrittura è fluida, la sintassi sicura. La narrazione ha ritmo e vive lungo tre registri narrativi, tanti quanti sono i protagonisti. Ognuno ha un proprio imprinting, un proprio punto di vista, un proprio modo di parlare, ma tutti concorrono alla costruzione della storia. Ognuno è motore dell’azione e dall’azione degli altri viene trascinato.

“Luce del Nord” è quindi un romanzo corale? No. O almeno non lo è in senso assoluto, puro. È una comunanza di intenti. Un patchwork di esistenze affini. Una soluzione chimica in cui il simile scioglie il suo simile. Gianluigi Bruni ce la racconta con meditata maestria.

Chi è l’autore

Gianluigi Bruni, Roma 1954, dopo una laurea in filosofia e un diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha lavorato per molti anni nel cinema e in pubblicità, collaborando a vario titolo con registi quali Federico Fellini, Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari. Ha scritto sceneggiature per il cinema e la televisione, fra cui quella di Prendimi e Portami Via, film diretto da Tonino Zangardi. Luce del Nord è il suo primo romanzo, segnalatosi da inedito, al Premio Calvino 2019.

Scheda del libro

Titolo: Luce del Nord
Autore: Gianluigi Bruni
Editore: Rubbettino
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 4 febbraio 2020
Pagine: 279 p.
EAN: 9788849860900
Prezzo: € 17,00

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