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Intervista a Stella Tasca: “Dalla natura deriva tutto, ogni soggetto è legato a Lei”

Stella Tasca non poteva avere un destino diverso. Classe 1977, cresciuta in una famiglia di serigrafi e sarti di teatro, viva da sempre immersa nell’arte. Un’osmosi che spiega il suo stile di oggi, legato principalmente ai tessuti e alla tecnica di stampa, quindi all’uso delle stoffe negli arazzi e ai poster serigrafati.

Stella Tasca non poteva avere un destino diverso. Classe 1977, cresciuta in una famiglia di serigrafi e sarti di teatro, viva da sempre immersa nell’arte. Un’osmosi che spiega il suo stile di oggi, legato principalmente ai tessuti e alla tecnica di stampa, quindi all’uso delle stoffe negli arazzi e ai poster serigrafati.

Appartenente principalmente alla cultura e alla scena artistica underground, la sua poetica nasce da un immaginario punk e si sviluppa trasversalmente. Tra i lavori principali ci sono la figura della matrioska o le lightbox raffiguranti santi dissacrati. Dopo aver aperto la sua prima galleria d’arte a Trastevere nel 2003 e il primo concept store (Temporary Love) a Roma nel 2006, oggi collabora con varie gallerie italiane e con grandi brand internazionali.

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Sei domande all’artista Stella Tasca, tra passato e futuro

Cosa è l’arte per te?

L’arte è la massima espressione nel descrivere la storia. E’ il momento, uno stato d’animo, la bellezza e tutta la gamma dei sentimenti con maggior destrezza capacità nel farlo. L’arte, se pur un gesto e un pensiero totalmente personale, deve saper coinvolgere e rappresentare un senso comune e collettivo.

A quando risale, e cosa disegnasti, il tuo primo approccio con l’arte?

Anno 2000: fu un collage su legno, un lavoro in realtà poco riuscito e abbandonato subito ma avevo un forte desiderio di esprimermi usando le mani. Non ho mai più usato quella tecnica.

La natura è un tema ricorrente, tra flora e fauna. Per te è un punto di partenza creativo o un punto di arrivo stilistico?

Reinterpreto da sempre, quasi mai ho inventato soggetti non esistenti. Dalla natura deriva tutto, ogni soggetto è legato a lei. Mi piace esprimerle il massimo della gratitudine. In vari momenti ho capito che celebrarla era doveroso ed estremamente creativo. Dalla delicatezza alla forza, ai colori. Nella natura si trova tutto quindi spesso ho trovato in lei molta ispirazione.

Come scegli i colori da accostare nelle tue opere?

Negli ultimi anni sto usando solo sette colori: fuxia, arancione, giallo, grigio, celeste, oro e nero. Alcuni colori fluo sono originali anni 80 che usava mio padre in serigrafia. Polveri che abbiamo da più di 30 anni e che funzionano benissimo (contro ogni pronostico e consiglio) su tante superfici diverse e che uso indistintamente su tessuto, carta, legno e ceramica. Sono toni che, nonostante tutto, abbracciano una gamma ampia a cui non sento la necessità per ora di aggiungerne altri. Mi danno un senso di grafica, di poster, di propaganda e di manifesto. Chiaro, semplice e di rapito effetto.

Tre opere, tra quelle di tua produzione, a cui sei più affezionata e perché.

“A new nesting dolls”, 2006, non è una sola opera ma una mostra intera. Da lì ho iniziato il mio lavoro con la figura della matrioska che tutt’oggi ancora uso. Una delle mie mostre personali meglio costruita e pensate come concetto e realizzazione. Fondamentale per il mio lavoro futuro.

“Wild tiger” dalla mostra On The Wild Side 2018: una serigrafia su carta. Ha dei colori molto forti molto vicino al mio stile “street”.

“Em favor”, 2004, fa parte della mia prima serie di light box dedicata ai Santi e alle figure religiose in generale. La mia idea era dimostrare che infondo la religione ha fatto nella storia più morti delle guerre e raffigurare la grande contraddizione delle iconografie classiche tra le figure esteticamente sommesse e il loro lato invece molto glamour.

Come è stata gestita, per quanto riguarda l’arte e gli artisti, l’emergenza sanitaria? Quali le misure che potrebbero essere utili per ripartire davvero?

La situazione Covid è un pezzo di storia molto molto complesso, è difficile fare commenti e appunti. Essendo una emergenza sanitaria abbastanza impellente credo sia stato giusto per un po’ accantonare tutto il resto. E’ stato necessario concentrarsi per dare il meglio e risolvere.

Detto questo seppur l’arte si è ricavata ormai una bella fetta di mercato che non riguarda più solo artisti, collezionisti e addetti elitari, c’è ancora uno errato pensare che occuparsi di questo settore non sia veramente un lavoro o che non dia alla società qualcosa di fondamentale. Io quindi, al di fuori della crisi del momento, concentrerei l’attenzione sull’imparare ad apprezzare più questo settore fin dai piani più “bassi” perché non solo è una fonte economica ma è anche un forte veicolo di comunione e comunicazione.

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