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Dogtooth, il capolavoro ipnotico di Yorgos Lanthimos: la recensione del film

Dalla mente visionaria del regista greco Yorgos Lanthimos, Dogtooth. Terzo film esordiente della carriera del regista è uscito finalmente nelle sale italiane a 9 anni dalla sua realizzazione. Con Angeliki Papoulia, Mary Tsoni, Cristos Passalis e Cristos Stergioglou

Un trattato filosofico che indaga le dinamiche profonde legate al potere e alla manipolazione attraverso la strutturalizzazione di una nuova realtà comunicativa, di un nuovo linguaggio, di nuove regole. Dopo 9 anni dalla sua uscita esce nelle sale italiane il terzo film, Dogtooth, capolavoro ipnotico, firmato dal regista greco Yorgos Lanthimos. Un padre di famiglia (Christos Stergioglou) sperimenta le leggi dell’educazione animale sulla specie umana, i suoi figli. Qui l’umanità trova lo spazio comunicativo più diretto con la bestialità animale, dalla civiltà umana a quella del canile.

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La follia e il potere del significato

Eccone  quindi la sua messa in scena all’interno delle mura  di un isolata casa-prigione di campagna. Privi del contatto umano esterno, quello civilizzato, i figli apprendono le relazioni con la natura e con il mondo esterno attraverso una rete significante straniera, surreale nonché priva di animalesca crudeltà. L’addestramento scientifico da  laboratorio realizzato dal capofamiglia costituisce quindi la lente attraverso la quale la follia il potere del significato trovano brillante manifestazione.

Un linguaggio, una regola

Infrangendo il patto sociale del linguaggio e quindi le regole del suo uso, la dimensione scenica appare così svuotata. Questo perché privata dalla capacità spettatoriale di attribuirne un suo significato. I dialoghi e le azioni appaiono dunque sospesi nel nonsenso in una fredda artificiale gravità nella cui formula scompare lo spazio. Ed é qui, in questa assenza ripetuta e di inrisolvibile, che le note del perturbante serpeggiano silenziose e potenti. La logica dell’assurdo, attraverso il suo gioco semantico, manipola allora le menti delle cavie ed ipnotizza lo spettatore al fine di costringerlo a parteciparne delle regole, quelle del suo linguaggio. Da qui nessuna via d’uscita è prevista. Un atto di violenza quindi tale da privare di significato anche il valore ultimo della libertà.

“…un progetto dittatoriale”

A partecipare del senso di privazione intervengono i tempi lunghi e contro dinamici del montaggio capaci di trasformare il metafisico vuoto della fotografia in gravoso materiale plastico. Tutti gli elementi filmici concorrono dunque nel progetto dittatoriale dell’immagine in un violento e grottesco crescendo di maniacale oppressione.

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