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Olmo Amato: “Nelle mie foto mi piace restituire una sensazione di sospensione e di ricongiungimento”

Last Updated on 15/11/2020

Prosegue la mostra di Olmo Amato, presso Galleria 28 Piazza di Pietra di Roma, “La luna e il bambù”, dedicata al Giappone. “Sono attratto da luoghi intrisi di mistero, posti dove ho la costante sensazione che qualcosa mi sia celato. Nei miei lavori la natura acquista un sapore quasi metafisico”

Olmo Amato torna nello spazio romano di Galleria 28 Piazza di Pietra – Fine Art Gallery per la personale La luna e il bambù, dedicata al Giappone. Questo progetto è stato sviluppato con la tecnica del fotomontaggio, divenuta un segno distintivo della sua ricerca artistica. “Fondere due o più immagini – ci spiega – è solo una questione di conoscenza della luce, di ottica, di prospettive e di capacità di utilizzo degli strumenti digitali giusti. La cosa più complessa è capire quali sono le immagini fatte l’una per l’altra, da un punto di vista narrativo ed evocativo. Lì è dove avviene la vera magia”.

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Perché questo omaggio al Giappone e da cosa ti sei lasciato maggiormente meravigliare quando l’hai visitato?

Sono stato in Giappone per la prima volta nell’estate del 2017, ho avuto modo di avvicinarmi alla cultura nipponica grazie alla mia compagna giapponese. Sono rimasto da subito affascinato dalla loro connessione spirituale con la natura. Una cultura dalle profonde radici con le tradizioni più antiche, ma allo stesso tempo spinta verso la modernità più estrema. Mi ha sorpreso scoprire come due anime così distanti possano convivere in questa apparente contraddizione.

Cosa vorresti evocare in chi guarda le tue opere?

Sono attratto da luoghi intrisi di mistero, posti dove ho la costante sensazione che qualcosa mi sia celato. Nei miei lavori la natura acquista un sapore quasi metafisico. Considero i miei paesaggi dei luoghi interiori più che dei luoghi reali, fisici. L’incontro che avviene nei miei fotomontaggi ha qualcosa di enigmatico, la sensazione che ho è come se questi due elementi fossero sempre stati connessi l’un l’altro anche prima del mio intervento digitale. Mi piace restituire una sensazione di sospensione, di attesa e di ricongiungimento fisico e interiore. Cercando sempre di non svelare troppo e lasciando aperta all’osservatore l’interpretazione dei miei lavori.

Come avviene, da un punto di vista tecnico e grafico, la sovrapposizione?

L’unione delle immagini è a tutti gli effetti un vero e proprio collage digitale, un fotomontaggio che realizzo con gli strumenti di Photoshop. Scatto i paesaggi durante i miei viaggi con la mia macchina fotografica digitale. I luoghi e la suggestione che i posti che visito mi dà è la base di partenza di tutto il lavoro. Spesso non ho un’idea chiara di quello che andrò a realizzare, mi lascio guidare da uno stato di quiete del pensiero che solo quando sono immerso nella natura riesco a raggiungere. Successivamente, ritornato a casa, cerco e recupero le immagini di persone da librerie di archivi storici digitalizzati.

L’incontro tra questi due elementi (paesaggio e figure) è un processo che non smette mai di sorprendermi, una vera e propria alchimia digitale. La difficoltà maggiore spesso non non è di tipo tecnico; fondere due o più immagini è solo una questione di conoscenza della luce, di ottica, di prospettive e di capacità di utilizzo degli strumenti digitali giusti. La cosa più complessa è capire quali sono le immagini fatte l’una per l’altra, da un punto di vista narrativo ed evocativo. Lì è dove avviene la vera magia. Costruire un’immagine a tavolino non porta quasi mai a dei risultati soddisfacenti, almeno nel mio caso.

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