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Intervista a Romana Zambon: “L’arte è ciò che davvero mi arricchisce”

“Mia madre era diplomata in pianoforte e ci accompagnava ai concerti, mio padre aveva una grande passione sia per la pittura che per la fotografia. E nel tempo libero lo ricordo sempre con in mano la sua fotocamera o un pennello”, ricorda Romana Zambon nell’intervista a Uozzart. L’artista è in mostra, sino a metà settembre, presso Il Margutta Veggy Food & Art di Roma

Romana Zambon, milanese d’adozione, muove i suoi primi passi nel mondo del lavoro come architetto, mentre coltiva il suo primordiale ma innato amore per la fotografia. Poi, dopo alcune partecipazioni ad aste di charity, decide di rivoluzionare la sua vita e di rendere quella passione il fuoco della sua intera esistenza. “Sono sempre stata attratta dalla forza del colore che associo a vari stati d’animo”, racconta Romana quando parla della fotografia. “Questo elemento, insieme all’armonia delle forme, colpisce la mia attenzione e la trasforma in scatto, in istante, in immagine”. Fino a metà settembre, Romana sarà in mostra, insieme ad Annarita Serra, presso Il Margutta Veggy Food & Art di Roma, nell’esposizione “Plastica fatale”.

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Romana Zambon, cosa è l’arte per te?

Per me l’arte è essenzialmente il modo con cui riesco a esprimermi pienamente. Ma, e questo credo è un pensiero che condividono in molti, l’arte è qualcosa di cui non posso fare a meno perché è una fonte di ispirazione che anche inconsciamente emerge e mi accompagna nella mia ricerca. Per questo, se vogliamo esprimerci con una frase sintetica, l’arte è ciò che davvero ti arricchisce.

Quando, a quale età e come, risale il tuo primo approccio con l’arte?

La storia è interessante perché riguarda la mia famiglia: mia madre era diplomata in pianoforte e ci accompagnava ai concerti, mio padre aveva una grande passione sia per la pittura che per la fotografia. E nel tempo libero lo ricordo sempre con in mano la sua fotocamera o un pennello. Non è quindi un caso se mia sorella sia oggi una pittrice e io una fotografa. Ovviamente frequentavamo mostre e visitavamo musei, anche se non ho ricordi precisi di qualcosa che mi abbia colpito davvero. Più che altro mi è rimasta la percezione di essere immersa in un’atmosfera sempre artistica.

Lavoro e passione ti hanno portato a viaggiare molto: c’è qualche scatto non è riuscito a immortalare la bellezza che la vista ti ha regalato dal vivo? E c’è ancora qualche soggetto che merita di essere immortalato?

Beh, ogni fotografia scattata è quella che non avevo ancora realizzata. Così ogni scatto non fatto è quello che spero di fare. Però, non essendo una fotografa naturalista, i tanti luoghi che ho visitato e continuo a visitare in tutto il mondo non sono così determinanti per la mia poetica. Ciò che conta sono i confini del mio microcosmo: la realtà certamente mi ispira ma poi, nel chiuso del mio studio, filtro tutto per trasformare quegli spunti in un’idea. Non c’è qualche soggetto che mi manca perché io non ragiono per singole immagini né per singoli aspetti: quando scatto immagino sempre di inserirlo nel più ampio contesto di un progetto.

Quali erano i tuoi riferimenti fotografici e pittorici a cui hai attinto per la tua arte?

Non è facile rispondere a questa domanda perché gli spunti che si ricevono dai più svariati artisti sono davvero tanti. Ovviamente non essendo né una ritrattista, né una reporter né una naturalista non è ad autori di questi generi che mi sono ispirata. Anche se in realtà un fotografo come Ansel Adams, per fare un esempio, personalmente mi piace molto. Se devo fare due nomi per me importanti cito Irving Penn per i suoi still life e Gabriele Basilico per il rigore con cui interpreta la realtà urbana. Per quanto riguarda la pittura mi sento ovviamente vicina al mondo di Giorgio Morandi e alle sue nature morte, a quello di Carlo Carrà con le sue atmosfere sospese, a quello di Renato Guttuso per i colori intensi e la ricchezza di elementi che si intrecciano nelle sue tele.

Tre opere a cui sei più affezionata e perché

Parlando per progetti, cito “Al centro della scena” per la teatralità che sono riuscita a trasmettere, “Trasparenze” per la grande varietà di variazioni sul tema dello still life che ho messo in atto, “Blue effect” per la riflessione sull’importanza del colore in fotografia.

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