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Fluo, non una scelta ma “UNO” stile di vita

UNO è misterioso, criptico, pop e autarchico allo stesso tempo ed è sulla scena della street art da un paio di decine di anni. I suoi poster si trovano in molte parti del mondo ma è Roma che UNO ha scelto come suo playground preferito…

Nello sconfinato panorama della street art italiana ci sono quegli artisti che sono come i buoni amici: non li vedi spesso ma sai che ci sono sempre. UNO è misterioso, criptico, pop e autarchico allo stesso tempo ed è sulla scena da un paio di decine di anni. I suoi poster si trovano in molte parti del mondo ma è Roma che UNO ha scelto come suo playground preferito. Su un assolato terrazzo di un centro commerciale nella periferia est della Capitale lo abbiamo incontrato mentre dipingeva. Ecco l’intervista, a tinte fluo.

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Ciao UNO ti va di presentarti ai lettori di Uozzart.com? Dicci chi sei e cosa fai.

Ciao, io sono UNO, che è l’eco del mio nome all’anagrafe ma anche UNO, nessuno, centomila. Disegno da quando sono bambino, diventato meno bambino ho cominciato a dipingere sui muri. Quello che faccio sono principalmente poster che poi attacco per strada, murales, installazioni, disegni su carta, tela, legno e oggetti di vario tipo.

Quando e come ti sei avvicinato alla Street Art?

Spesso disegnavo, era più che altro un passatempo e a volte facevo degli stickers. Quando ero in giro li attaccavo un po’ dappertutto. Poi un giorno un amico mi disse che aveva trovato un modo per fare degli stickers molto grandi da attaccare con la colla sul muro. Con l’aiuto di un programma dividevamo le immagini in vari fogli, li stampavamo e poi li mettevamo insieme con il nastro adesivo e li attaccavamo sui muri dopo averli colorati. Riuscivamo a fare dei poster davvero grandi e a metterli molto in alto, ovunque. Da allora non sono più riuscito a tornare indietro.

Partiamo subito con la domanda da un milione di dollari: che cos’è per te la Street Art?

Ci provo. Per me la Street Art è tutto ciò che sta per strada e che è stato realizzato senza autorizzazione e con un intento artistico.

Sono ormai molti anni (quanti?) che attacchi poster, realizzi stencil e dipingi muri. Secondo te, come è cambiato il movimento della street art da quando hai cominciato ad oggi?

Sono più o meno 20 anni. Quando ho cominciato non ci facevamo notare, ci muovevamo a tarda notte e scappavamo se qualcuno ci vedeva. Ci siamo beccati secchiate d’acqua, insulti e qualcuno anche denunce. Ora se ti beccano per strada ti fanno la foto e la postano su Instagram.

Delle tante opere che hai prodotto in giro per l’Italia e per il mondo, ce n’è una a cui sei particolarmente legato?

Non una in particolare, ma varie. Sicuramente ognuna è collegata ad un particolare ricordo, aneddoto, momento, persona e/o contesto.

Sei uno di quegli street artist a cui non piace rivelare la sua vera identità. Secondo te che vantaggi e svantaggi ci sono nel rimanere nell’anonimato?

Il vantaggio è che, per come sono fatto io, è meglio così.

Ho sempre dato per scontato mantenere l’anonimato, soprattutto quando ho cominciato a dipingere per strada. Allo stesso tempo, non amo espormi e proverei fastidio ad essere ripreso e a parlare in pubblico. Non fa per me e in fondo neanche mi interessa. Nel mio caso il vantaggio quindi è prettamente personale. Lo svantaggio è che quando devi comparire in video ti devi conciare come un cretino o un pentito di mafia.

Lo so, te lo hanno già chiesto tante volte, ma ti andrebbe di raccontare ai lettori di Uozzart.com che non ti conoscono e non conoscono le tue opere perché sei così affezionato al “bambino della nota marca di cioccolato”?
Raccontaci come ti è venuta l’idea e perché questo legame.

Era un periodo in cui ero particolarmente influenzato dal situazionismo e dalle teorie di Guy Debord e la scelta di quel bambino è avvenuta nel momento il cui la nota marca ha cambiato quel volto che dal 1968 era stato testimonial delle barrette di cioccolato. Era un’immagine molto familiare per la mia generazione ed io ho deciso di ricontestualizzarla dandole un nuovo significato, cambiandone i connotati, fondendola con altre figure pop o semplicemente ripetendola ossessivamente sui muri, in maniera ridondante, utilizzando e ribaltando un linguaggio caro alla dottrina massmediatica e pubblicitaria.

Giocando con quel volto senza età che in realtà per la quasi totalità delle persone non aveva neanche un nome ma godeva solo di celebrità riflessa, volevo mettere alla luce alcuni aspetti della società dello spettacolo in cui vivevamo. Non so se ci sono riuscito, ma sicuramente mi sono divertito. Tanto.

Nel nostro scambio di messaggi su Instagram mi dicevi che stavi realizzando un nuovo murale. Ce ne vuoi parlare? Dove si trova? O meglio dove ci troviamo oggi?

Siamo al Casilino Sky Park, uno spazio enorme a Roma est, ricavato da quello che era un parcheggio sopraelevato al quarto piano di un centro commerciale. Io ho realizzato una passerella che gira tutto intorno allo spazio, dove ho rappresentato i quattro punti cardinali sul pavimento e un cielo stellato sul muro perimetrale. Il titolo dell’opera è trecentosessantuno.

Che legame hai con la città di Roma? Quanto questa città influenza te e le tue opere?

Roma è il posto in cui tutto è cominciato e ha indubbiamente influenzato le mie opere. Ne sono legato ma ci sono momenti in cui devo scappare. Mi ha insegnato ad avere rispetto per il posto in cui mi trovo e per ciò che rappresenta. Per una persona che imbratta i muri è importante.

Progetti per il futuro? Che cosa bolle in pentola?

Una nuova serie di poster da attaccare per strada, una mostra per bambini e dei mobili disegnati da me.

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