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Indagine sul mistero della nostra esistenza attraverso gli occhi e le opere di Oniro

Last Updated on 13/09/2022

Lo street artist Oniro viene da un piccolo paese in provincia di Frosinone e i suoi murales si trovano già in diverse città italiane. Le sue opere sembrano tante finestre su mondi fantastici e surreali. Giovane, talentuoso e con una visione artistica molto particolare, abbiamo deciso di porgergli qualche domanda…

Lo street artist Oniro viene da un piccolo paese in provincia di Frosinone e i suoi murales si trovano già in diverse città italiane. Le sue opere sembrano tante finestre su mondi fantastici e surreali. Giovane, talentuoso e con una visione artistica molto particolare abbiamo deciso di incontrarlo e porgergli qualche domanda.

Oniro, raccontaci qualcosa di te, liberamente.

Ciao! Sono del ‘91 e provengo dalla Valle di Comino in provincia di Frosinone, questo mi ha portato ad amare la natura e a ricercare cose da fare dove non ci sono opportunità e luoghi d’incontro per i giovani se non i bar e i campetti da calcio. Lo skate, i murales e le esplorazioni nella natura sono stati i miei sfoghi, le mie passioni e il mio modo per canalizzare l’energia in un luogo dove credevo di non trovare la mia collocazione nel mondo e mi hanno permesso di poter osservare questo stesso mondo da una prospettiva alternativa.

Come e quando ti sei avvicinato alla Street Art?

Uno dei primi spunti che ho avuto è stato ai tempi delle medie quando mi è capitata tra le mani una fanzine di writing e da lì ho iniziato a disegnare lettere e puppet su carta. Poco tempo dopo, nel 2005, c’è stata una jam nel mio paese e sono rimasto folgorato dal vedere espresse le quattro arti (mcing, djing, breakdance e graffiti/writing N.d.R.) in un unico luogo. Così, nelle settimane successive, ho preso un paio di spray e ho realizzato il mio primo pezzo sotto un ponte. Avendo vissuto questa cosa quasi da solo qui in provincia e con pochi punti di riferimento, mi ci sono voluti una decina d’anni prima che iniziassi a praticare questa disciplina più seriamente.

Che cos’è per te la Street Art? Sono sempre più convinto che questo termine sia davvero polivalente e che ognuno di noi ha la sua personale definizione di street art. Qual è la tua di definizione?

Per me la cosa interessante è la fruizione dei murales da parte di tutti gratuitamente e la possibilità di dare una nuova vita a luoghi spesso dimenticati. Non me la sento di darle una definizione precisa perché penso che la Street Art sia in continua espansione, in continua evoluzione e tende sempre di più ad abbracciare altre discipline e diverse correnti artistiche.

Sei un’artista molto giovane ma sono ormai più di sette anni che viaggi per dipingere sui muri di molte città italiane. Che cosa è cambiato nel movimento street art da quando hai iniziato ad oggi?

Ora che è un fenomeno in piena esplosione va da sé che più si diffonde una cosa più si diluisce la sua qualità. In generale, se prima era un fenomeno più genuino, rivoluzionario, e gridava a gran voce, ora si sta istituzionalizzando facendo attenzione a non far troppo rumore. Le opere devono essere belle ma non devono uscire dal recinto che gli viene disegnato attorno. Operando nella legalità non è sempre semplice trovare il modo di esprimersi liberamente senza subire delle censure dovute, in molti casi, alla banale paura di perdere consenso elettorale.

Poi ci sarebbero altri aspetti che andrebbero analizzati, come l’avvento dei social che hanno fatto da grande vetrina alla street art, ma che spesso si riduce a vivere solo nel mondo virtuale con lavori appositamente progettati per la pubblicazione sui vari canali. Un altro aspetto è l’uso pubblicitario che ne viene fatto sulle facciate delle grandi città, dato che costa meno delle stampe e cavalcando l’onda di questa tendenza. Questi segnali potrebbero far presagire l’imminente declino di questa forma d’arte ma, fortunatamente, ci sono anche tanti artisti che riescono ad alzare l’asticella e a portare nuove visioni, anche muovendosi nella legalità.

Penso che le tue opere sono come delle finestre che si affacciano su altre realtà, mondi incantati e surreali. Quali sensazioni vuoi trasmettere?

Il filo conduttore dei miei lavori è l’indagine (utopica) del mistero della nostra esistenza, siamo così distratti da una miriade di input che facciamo fatica a fermarci un attimo e chiederci che cosa siamo nel profondo. La sensazione che provo a trasmettere è una sorta di reminiscenza di una dimensione ancestrale in cui si torna all’essenziale, al respiro, al battito del cuore, quando svaniscono tutte le sovrastrutture della mente, come in uno stato meditativo.

Quanto è importante sognare per ONIRO? Te lo chiedo perché il tuo nome mi ricorda la parola “onirico”. A proposito, come è nato questo nome?

Lo pseudonimo è un riferimento ad una delle personificazioni del sogno nella mitologia greca oltre che ad essere molto simile al mio nome anagrafico. I sogni mi hanno sempre stimolato e suggerito che la realtà è infinitamente più vasta rispetto a ciò che è visibile agli occhi. Attraverso i sogni possiamo fare esperienze incredibili e accedere nelle stanze più remote di noi stessi, soprattutto se prendiamo coscienza di stare sognando, sia nel sonno che nello stato di “veglia”. Questo rapporto tra sogno e realtà, visibile e invisibile, noto e ignoto, provo a conciliarlo attraverso i miei dipinti.

Come nasce un’opera di ONIRO?

Quando è possibile faccio un sopralluogo e, molto spesso, è la fase più importante perché conosci chi abita quel territorio e cerchi di captare lo spirito del luogo. Poi c’è la fase di ricerca, si studia la storia e i miti del posto, le problematiche e le peculiarità, la flora e la fauna, a seconda della tematica da affrontare. Presi tutti questi appunti ci deve essere una fase d’incubazione: bisogna svuotare la mente e lasciare che le conoscenze germoglino dentro di te e questo può richiedere del tempo. In alcuni casi per maturare un’idea ci vogliono anni e molte esperienze. Però, spesso, bisogna stare nei tempi stabiliti e quindi è necessario sforzarsi e mettere a fuoco l’idea da sviluppare ed elaborare graficamente le sensazioni e i concetti. Si gioca con le forme e i colori, si aggiungono e tolgono elementi finché il lavoro non sarà cristallino. Questa è più o meno la gestazione, poi c’è da faticare e divertirsi sul muro.

Quanto è importante per te il concetto di site specific? Ti va di parlarne un po’ più approfonditamente?

Fondamentale, si vede quando un lavoro è pensato esattamente per quello specifico luogo e si interconnette con le architetture, con i colori, con le storie e la natura del territorio. Apprezzo quando un lavoro non risulta come un’aggiunta ma come una parte integrante del sito, come se l’anima dell’opera fosse sempre stata lì e l’artista le avesse solo dato un corpo. Con questo non intendo dire che l’opera debba essere per forza di un’estetica di tipo mimetico camouflage, ma è la sua essenza che deve interconnettersi culturalmente al territorio.

Mi vengono alla mente, ad esempio, i murales di stampo politico e sociale nella Sardegna degli anni ‘70 che nascevano nei luoghi di protesta contro l’edificazione delle basi Nato. Oppure, spostandoci sull’aspetto più spirituale, ci sono luoghi sulla terra con particolari “vibrazioni” dove sono sorti siti megalitici o anche molte cattedrali erette su templi pagani. In entrambi i casi è site specific e può essere sotto forma di pittura, scultura, land art, architettura, performance o arti ancora da inventare.

Oniro, sei uno di quegli artisti a cui non piace rivelare la sua vera identità. Posso chiederti il perché? Quali sono le cose buone di essere “anonimo” e quelle meno buone?

Sinceramente non ci do molto peso, non sono puramente anonimo, e non ho motivo di mettere la mia identità in mostra. L’anonimato permette di non essere identificati a livello materiale ma a quello spirituale e in questa società delle apparenze semplicemente preferisco stare nell’ombra quando tutti desiderano stare sotto i riflettori.

Che differenze ci sono nel dipingere in piccole cittadine, borghi tra le colline e nelle città più grandi come Roma?

Credo che la differenza principale stia nella natura stessa dei luoghi: a partire dal punto di vista estetico di solito in città il contesto è quello di palazzine “moderne” in una giungla di cemento, nei paesini invece si deve prestare più attenzione al paesaggio rurale e alle abitazioni storiche. Nelle città c’è sicuramente più spazio per l’innovazione ma troviamo un’umanità più alienata e meccanizzata, mentre nei piccoli centri c’è una mentalità più conservatrice ma con un forte senso di comunità. Prese con le pinze, queste sono le tendenze generali ma, ovviamente, esistono eccezioni e molte sfumature, per esempio ci sono quartieri di grandi città con le stesse dinamiche dei piccoli paesi, ma pure borghi che hanno una gran voglia di rinascere anche attraverso operazioni di Street Art fresche e contemporanee, diventando laboratori culturali di respiro internazionale. Quando l’identità locale s’incontra con idee che arrivano da lontano possono nascere meraviglie.

La cosa bella di dipingere nei paesi è che spesso la realizzazione del murale diventa una cerimonia che coinvolge tutto il paese, tra chi ti ospita a pranzo, chi si rende disponibile a risolvere i problemi, chi si interroga sul significato dell’opera aprendo dibattiti in piazza. Non dimentichiamoci dei bambini che, esaltati dal vedere qualcosa di nuovo, magari vogliono provare a dipingere. Personalmente venendo dalla provincia, il mio habitat naturale sono i piccoli centri ed è lì che preferisco indirizzare le mie energie perché vedo nei paesini o nelle cittadine a misura d’uomo l’unica possibilità per un futuro sostenibile.

Dato che le tue opere molto spesso si trovano per strada volevo chiederti che rapporto hai con il writing. Mi spiego meglio, cosa ne pensi dei graffiti e di chi li fa?

Édal writing e dall’hip hop che ho ricevuto i primi input che mi hanno portato a dipingere muri. Sono sempre stato improntato più al figurativo che allo studio del lettering ma rispetto chi fa quel tipo di ricerca che trovo interessantissima. Una cosa che comprendo meno è l’aspetto del bombing che trovo un po’ troppo ego-riferito, non capisco la necessità di dover marchiare il territorio il più possibile. Preferisco la qualità alla quantità, anche se mi sento di dire che sono impressionanti le operazioni, quasi militari, di chi fa bombing ad alti livelli.

Oniro, quanto pensi sia importante oggi fare murales e dipingere per strada?

Dipende cosa si fa… i murales hanno sempre una grande risonanza e diventando sempre più diffusi molti ormai passano indifferenti ma qualcuno, forse uno, potrebbe venire rapito da quel mondo e cambiare per sempre il suo modo di vedere le cose grazie a un’immagine o una parola. Quando si fa un intervento pubblico è sempre importante perché in qualche misura si altera la precedente normalità di un luogo vissuto tutti i giorni dalle persone. Poi vorrei aggiungere che più aumentano le pubblicità che sono elaborate per manipolarci e ci inquinano la mente, più necessitiamo di immagini, oserei dire “sacre”, che controbilancino e ci aiutino ad elevarci spiritualmente, o perlomeno capaci di allietare le giornate.

Che consigli ti senti di dare a chi si avvicina a questo movimento artistico e vuol diventare uno street artist?

Studiare chi ci ha preceduto e trovare la propria originalità, ognuno di noi è unico e merita di trovare la parte più vera di sé per manifestarla e condividerla. Inoltre consiglio di rispettare i luoghi in cui si interviene cercando di essere coscienti di ciò che si sta facendo. E mettetevi la maschera quando usate gli spray, che i muri sono tanti ma la salute è una!

Prima di salutarci vuoi parlarci di quali progetti hai in cantiere e cosa ti piacerebbe fare nel prossimo futuro?

Da quest’anno sto lavorando ad un nuovo concept caratterizzato da una visione aerea del pianeta in cui la terra viene percepita come un super-organismo di cui tutti siamo parte, foreste che formano polmoni, fiumi come arterie, mari e coste che formano esseri umani e creature. Ora sto lavorando su questo, ma domani chissà. Nel prossimo futuro vorrei lavorare di più su piccoli formati, cosa che ho iniziato a fare da poco. Credo sia un ottimo studio e una valida alternativa nei periodi in cui non si può lavorare all’esterno.

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