Sab. Giu 20th, 2026

Rita Tripodi, l’artista che con la sua pittura “onora le donne e sfida le narrazioni convenzionali”

Rita Tripodi, l’artista che con la sua pittura “onora le donne e sfida le narrazioni convenzionali”
Rita Tripodi, l’artista che con la sua pittura “onora le donne e sfida le narrazioni convenzionali”

Da donna, la calabrese Rita Tripodi si concede alla pittura in maniera totalizzante. Essa diviene quindi una cartina al tornasole ove l’autrice si mostra in grado di toccare inusitati picchi di purezza e tenerezza…

Fu Johann Wolfgang von Goethe a coniare per primo l’espressione “Das Ewig-Weibliche”, ovvero “L’eterno femminino” negli indimenticabili versi del Faust: «E l’Eterno Femminino, sempre più in alto ci attira», concetto poi ripreso da Carducci nel saggio L’eterno femminino regale del 1882, ad indicare la femminilità nella sua essenza divina e immutabile. Al di là delle riflessioni e dei moti ascendenti associati alla figura muliebre, sin dai tempi degli Stilnovisti, è oggi importante porre l’accento sulla sua irriducibile complessità interiore. Da donna, la calabrese Rita Tripodi si concede alla pittura in maniera totalizzante.

Essa diviene quindi una cartina al tornasole ove l’autrice si mostra in grado di toccare inusitati picchi di purezza e tenerezza – quando anima degli inermi manichini in odore di Metafisica tipici della sua produzione di fine Novecento – ma anche di abbandonarsi alla sensualità e all’innata fascinazione del corpo femminile.

È il tratto formale il punto focale, il perno inossidabile intorno al quale prende vita il repertorio più recente della pittrice. D’altronde, come affermava René Gruau, uno dei più noti illustratori di tutti i tempi, forgiatore dell’estetica della moda del Novecento: «Una linea singola può esprimere la grandezza, la nobiltà, la sensualità, è la sintesi di tutte le sensazioni, la concentrazione di ogni sapere».

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Sublime il passo di Afrodite è una sorta di testamento spirituale ove l’amore rende chi ne è animato ardito e coraggioso

È sufficiente questa citazione per far scorgere una certa familiarità tra i due, tale da far immaginare che la Nostra sia stata – idealmente – tenuta a battesimo dal celebre disegnatore riminese: l’orchestrazione delle sue tele è infatti condotta attraverso un ponderato quanto eloquente e metaforico impianto formale. Laddove il riduzionismo, la scarnificazione dei corpi e la stilizzazione dei profili, condensati in maniera da apparire come un insieme di eleganti serpentine, diviene simbolo di una crescita interiore.

Simbolo di quel moto ascendente cui si faceva riferimento sopra (come in Io danzo da sola), la maggiore evidenza del tratto sta invece a rappresentare l’intensità di un sentimento, di uno stato d’animo, che da impalpabile diviene miracolosamente tangibile (L’abbraccio). I corpi sono alimentati da intimi desideri: appaiono perciò vigorosi, plastici, torniti; per mezzo di essi le emozioni si fanno largo e il medium diviene il soggetto indiscutibile dei lavori realizzati, rendendo possibile quel passaggio – prodigioso – dall’ineffabile al descrivibile.

In siffatto contesto, . Colui che ama non ha paura di incedere fieramente verso l’ignoto, verso il sublime – da sub limen, «fin sotto la soglia del punto più alto» – dimostrandosi capace di azioni sorprendenti, precluse ad altri. Sorge automatico un riferimento concettuale a Imbarco per Citera, capolavoro rococò di Antoine Watteau del 1717: l’opera, infatti, mette in scena dei personaggi in viaggio verso un mondo d’amore sconosciuto a chi non è animato da tale fiamma, spirituale e sensuale al contempo. Tale percorso si muove nel tempo: dall’incontro all’invaghimento, dal contatto al rapporto carnale, fino a quell’ “imbarcarsi” verso lidi da scoprire.

Gli approdi, le consapevolezze etiche, morali ed esistenziali si palesano nella pittura della Nostra attraverso un iter salvifico, catartico

Simbolicamente, è giusto affermare che la Afrodite rappresentata dalla Tripodi sta per poggiare il suo piede divino sul mitologico suolo di Citera, isola natale della divinità classica. Gli approdi, le consapevolezze etiche, morali ed esistenziali si palesano nella pittura della Nostra attraverso un iter salvifico, catartico, che si snoda in più tappe. La donna che l’artista restituisce può librarsi in una danza che non presuppone partner, raccolta com’è in un intimo soliloquio, o abbandonarsi all’altro, con tutti i rischi e i vantaggi di tale scelta.

Non mancano considerazioni sul rapporto con l’ambiente circostante, con il Creato, con il resto del mondo. In questo caso la palette si limita al dualismo atavico bianco/nero, i due estremi, il Bene e il Male. Ne nascono tele inquiete tramite cui – di volta in volta – l’autrice, ma anche l’osservatore, viene investito del dovere di portare a processo sé stesso per condannare, assolvere, scagionare.

Chi è Rita Tripodi

Rita Tripodi, di origine calabrese, si laurea in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria per poi specializzarsi in Arte e Immagine, Disegno e Storia dell’Arte presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Attualmente vive e lavora a Trieste, ove svolge la professione di docente di Arte e Immagine. Tutta la vis del suo stile è condensata nella linea, volitiva, tenace, capace di tracciare, contornare, solcare:

«Nella mia pittura il segno ha la sua importanza, incide sugli spazi bianchi bloccando le emozioni, gli istinti. l pensiero irrazionale pervade; diffondendosi fa vibrare l’anima e il corpo».

Tali affermazioni dell’autrice riecheggiano – potenti – alla visione dei suoi lavori, ove il tratto si impadronisce della tela bianca. L’economia dell’opera è imperniata sull’importanza dei dettagli, sulla contrapposizione tra sfondo e primo piano, sugli zoom repentini. Effettivamente non si sbaglierebbe a definirla una “fotografa della pittura”. I fondi astratti e nebulosi danno risalto alle masse muscolari: lo studio del corpo è d’altronde un retaggio della sua formazione, oltre ad essere una componente tipica della cultura classica, di cui la sua terra natale è naturalmente intrisa.

Curiosa e anelante, Rita Tripodi tratta le porzioni somatiche al fine di fornire una mappatura delle emozioni umane

Curiosa e anelante, Rita Tripodi tratta le porzioni somatiche al fine di fornire una mappatura delle emozioni umane. Recentemente la sua ricerca si focalizza sul dualismo atavico bianco/nero, ad accentuare i concetti, le idee espresse e le relative differenze, fino a sfociare nella smaterializzazione pura, ove tutto – potenzialmente – è o non è.

Il suo curriculum catalizza l’attenzione per le partecipazioni ad importanti mostre collettive, in Italia e all’estero (a Reggio Calabria, Trieste, Roma, Barcellona, Londra, Seoul, Bruges, Firenze, Parigi, Venezia, Mantova, San Pietroburgo, etc.). Sue personali hanno avuto luogo in Svizzera (a Montana e Crans) a Trieste e Mantova.

i suoi meriti artistici, ha suscitato l’attenzione di celebri curatori e critici d’arte. Già presente nell’Atlante dell’Arte Contemporanea De Agostini del 2020, è stata recentemente selezionata per la futura edizione della medesima pubblicazione, Giunti editore, che sarà presentata al MoMa di New York.

In che maniera i suoi studi hanno inciso sulla sua vicenda artistica?

I miei studi sono stati fondamentali nel dare forma alla mia carriera artistica. Mi hanno fornito le competenze tecniche e il pensiero critico necessari non solo per comprendere la storia dell’arte, ma anche per superare i confini della mia pratica. Il quadro accademico mi ha insegnato l’importanza della struttura e della disciplina, ma mi ha anche mostrato come trascendere quelle strutture. La conoscenza di varie tecniche, filosofie e prospettive culturali mi ha permesso di fondere stili e influenze diversi nel mio lavoro, dandomi sia una base che la libertà di sperimentare ed evolvere.

Nel suo repertorio ha superato la dicotomia figurazione / astrazione, dimostrando possibilità di convivenza tra le due possibilità. Come è giunta a tale consapevolezza?

Questa consapevolezza è nata attraverso anni di esplorazione e dal desiderio di trovare un equilibrio tra rappresentazione ed espressione. Ho capito che i confini tra figurazione e astrazione non sono fissi; sono fluidi e aperti all’interpretazione. A un certo punto, ho iniziato a vedere come questi due approcci potessero arricchirsi a vicenda anziché esistere in opposizione. L’astrazione consente profondità emotiva e concettuale, mentre la figurazione ha nell’osservatore ancora qualcosa di familiare. Nel tempo, ho scoperto che integrando entrambi mi ha permesso di esprimere idee ed emozioni complesse in modo più completo, liberandomi dai vincoli dell’uno e dell’altro.

La donna e il corpo femminile sono i protagonisti della stragrande maggioranza delle sue tele. Che responsabilità avverte, da artista donna, verso il pubblico che fruisce i suoi lavori?

Sento un senso di responsabilità, ma non nel modo in cui ci si potrebbe aspettare. Non vedo il mio ruolo come una predica o la presentazione di una versione idealizzata della femminilità. Piuttosto, voglio creare spazio per le complessità, le vulnerabilità e i punti di forza delle donne. Attraverso il mio lavoro, l’obiettivo è offrire rappresentazioni diverse dell’essenza femminile, evidenziandone la natura multiforme. Per me, laresponsabilità è onorare le esperienze delle donne e sfidare le narrazioni convenzionali. In definitiva, spero che il mio lavoro risuoni con gli altri ed apra conversazioni su identità, rappresentazione ed emancipazione.

Come gestisce i due ruoli che si trova a rivestire, insegnante e artista, l’uno legato all’applicazione e al rispetto di norme canoniche per la rappresentazione e l’altro alla libertà espressiva?

È un equilibrio delicato e, onestamente, richiede una costante auto-riflessione. Come insegnante, rispetto la storia ed il canone dell’arte perché servono come cornice per comprendere tecniche e tradizioni. Ma come artista, il mio obiettivo è liberarmi da quelle convenzioni per esplorare nuovi modi di espressione. Vedo l’insegnamento come un modo per guidare gli altri attraverso i fondamenti, incoraggiandoli anche a spingersi oltre quei confini. C’è una sinergia tra i due ruoli; il mio insegnamento informa la mia arte e la mia arte, a sua volta, fornisce un contesto del mondo reale per i miei studenti. Entrambi i ruoli mi sfidano a evolvermi continuamente.

Per quale merito vorrebbe emergere agli occhi del pubblico?

Spero di essere vista come qualcuno che ha contribuito al dialogo sull’identità e l’esperienza umana attraverso la lente della forma femminile. Oltre al risultato tecnico, vorrei essere riconosciuta per la profondità emotiva, la complessità e l’autenticità che il mio lavoro vuole esprimere. Se la mia arte venisse ricordata per le percezioni stimolanti e per aver acceso il pensiero, piuttosto che per l’adesione a tendenze o aspettative, ne sarei onorata. In definitiva, il mio desiderio è che il mio lavoro parli allo spettatore a livello personale, consentendogli di trovare il proprio significato e la propria connessione in esso.

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