Chi è Dario Franceschini: tutto quello che non sai sull’Uomo della Cultura di Renzi

Massimo Bray ha fatto le valige e ha salutato tutti con un tweet: “Questa storia come tutte le storie ha un fine. Grazie al personale del Mi_BACT e ai cittadini che, come me, ci hanno messo cuore e passione”. Al suo posto arriva Dario Franceschini, nuovo Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nel governo Renzi. Nella speranza che possa proseguire l’operato di Bray, uno dei migliori degli ultimi decenni per il Ministero. Perché, siamo onesti, ognuno di noi si è, più o meno intimisticamente, chiesto cosa ci facesse lui alla Cultura.

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Semplicemente perché Dario Franceschini, nato a Ferrara il 19 ottobre 1958, sposato dal 1986 con Silvia e con due figlie, si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Ferrara con una tesi in Storia delle Dottrine e delle Istituzioni politiche. E negli anni successivi non si è mai distaccato da tale settore. Di fatti dal 22 dicembre 1999 al 11 giugno 2001 è stato Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nei governi D’Alema II, Amato II, mentre dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014 è stato Ministro per i Rapporti con il Parlamento e il coordinamento dell’attività di governo nel Governo Letta.

E poco importa se lo stesso sia stato additato nello scandalo relativo a fatture e conti gonfiati: “Lusi ha spiegato che a ritirare le somme si presentavano persone di fiducia dei big del partito. “Veniva Giacomelli, il suo fiduciante, che mi diceva le cose che servivano all’onorevole Franceschini e che io dovevo fare e qui (nella lista, ndr) ci sono le spese relative. Tutte queste fatture sono indicate nel 2009 e sono cose che non sono arrivate nella Margherita, non le ha fatte e non le ha ordinate la Margherita”. Lo stesso Franceschini, inoltre, sembrerebbe, come rivela Il Giornale in data 15/01/2014 (link cancellato proprio nelle ultime ore), aver piazzato anche alcuni dei suoi amici su qualche poltrona qui e lì.

“Amico a tutte le ore – Capitolo “amici”. I portavoce vanno di gran moda, come anche gli uomini dello staff elettorale. Se li candidi è meglio te li trovi pure colleghi in parlamento. Dario Franceschini ne ha piazzati un bel pò. Così nelle liste ci sono Francesco Saverio Garofani ex vicedirettore di Europa, Piero Martino, ex portavoce dello stesso Franceschini, Alberto Losacco capo della su segreteria”.

Un punto d’unione con la Cultura? Sicuramente la sua esperienza come Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara, parliamo del 1994-1995. E pare che i ferraresi non abbiano neanche un cattivo ricordo di quel periodo. Dimostrò grande interesse per i musei della città, promosse l’introduzione della bici-card, e ha salvato alcune delle eccellenze architettoniche e artistiche dal passaggio a privati. Ma sappiamo benissimo che non bastano due anni come assessore (oltretutto due decenni fa) per potersi presentare come Ministro credibile. Cos’altro scopriamo sfogliando il suo curriculum?

Ah, beh, certo: ha una florida carriera letteraria alle spalle. Nel 2006 ha pubblicato il suo primo romanzo Nelle vene quell’acqua d’argento, nel 2007 il suo secondo, La follia improvvisa di Ignazio Rando, mentre nel 2011 esce il libro Daccapo. Tutti editi per Bompiani che, guarda caso, ha riproposto nei suoi punti vendita delle belle collection. Per queste opere letterarie ricevette anche alcuni riconoscimenti e buone critiche da giornalisti. Ma, c’è bisogno di sottolinearlo?, inutile dire quali giornalisti e quali giornali ne abbiano parlato bene e quali male. Lui ha addirittura rifiutato di essere accostato a Gabriel Marcia Marquez (stiamo scherzando?) e ha preferito accostarsi “a Zavattini, Fellini e alle pitture naïf di Ligabue”. Sul merito faccio sinceramente spallucce: i volumi non sono in cima alla lista dei libri “da non perdere”. E La Stampa, proprio qualche giorno fa, riprende una sua opera impolverata e la rivaluta. Forse Franceschini sarà bravo, ma il giornalista ha una lingua ben più abile.

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Un altro legame importante con la cultura ha un nome e un cognome: Michela Di Biase, nata il 17 ottobre del 1980,  la fidanzata di Dario Franceschini, sponsorizzata via sms dal ministro per le elezioni di maggio 2013. Nel 2008 venne rieletta, risultando la più votata nella lista municipale del Pd, ricoprendo il ruolo di capogruppo.  Con oltre 3.700 preferenze ha un posto assicurato nel consiglio comunale di Roma. Lui, dopo 24 anni di matrimonio, nel 2010 il ministro si è separato dalla moglie Silvia. Loro si sono conosciuti nel 2009, ma la scintilla sarebbe scoccata solo l’anno seguente, durante un convegno organizzato dalla corrente franceschiniana del Pd.  Questo l’abbraccio politico nei confronti della giovane e bella Michela: «Caro, se voti a Roma posso proporti di dare la preferenza a Michela Di Biase, la mia compagna, che si candida in Consiglio comunale? Dario». E oggi è lì, alla presidenza della commissione Cultura.

 Per essere eletta, la sua dichiarazione: “Sono convinta che si debba investire nel patrimonio archeologico e culturale. Sono convinta che si debba puntare sul trasporto pubblico per migliorare la qualità della vita dei cittadini. Sono convinta che la creatività, l’impegno e la partecipazione vadano valorizzati e incentivati. Sono convinta che le periferie di Roma siano piene di risorse e di potenzialità straordinarie. Sono convinta…”. Michela, ultimamente, si è opposta allo stanziamento dei 48mila euro, previsti per l’evento del Carnevale ai Fori, alle vittime dell’alluvione e ai relativi lavori stradali. E, in merito al Teatro Valle di Roma, ha affermato che “deve tornare alla città, ai romani, a tutti. Se l’idea è davvero il bene comune, allora spetta alle istituzioni provvedere”.

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Torniamo al neoministro. Durante le prime ore dalla nomina non ha dimostrato originalità ed eloquenza, dando luogo a una serie di luoghi comuni sull’importanza dell’arte: “In Italia il collegamento tra cultura e turismo è dovuto, perché la nostra ricchezza è il patrimonio culturale, le città d’arte, i borghi […] Noi abbiamo la qualità, la bellezza, il patrimonio culturale”. E prosegue affermando “che il ministero della cultura sia in Italia come quello del petrolio in un Paese arabo. La cultura è la nostra risorsa, il nostro petrolio”. E via dicendo. Ha, inoltre, anche cinguettato a conclusione della visita presso il Museo Storico della Liberazione di Roma, ciò che segue: “La mia prima visita da Ministro a un museo in via Tasso, nelle stanze dove oltre duemila persone furono interrogate e torturate dai nazisti”. Successivamente eliminato e sostituito da un “Prima visita da ministro al museo di Via Tasso”.

Ma vogliamo essere fiduciosi e ottimisti, e credere ancora che ci sia qualcuno che, nonostante non abbia le competenze basilari per un ruolo così impegnativo, abbia voglia, coraggio e idee per incoraggiare la Cultura in tutte le sue forme e sostanze. Anche perché, diciamocelo, peggio di così dubito potremmo andare.

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