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Il mio anno di riposo e oblio – La recensione del libro

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Una ragazza decide di dormire per un anno in attesa di una rinascita che forse non verrà mai.

Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, Feltrinelli 2019.

La trama

Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, romanzo del 2018 pubblicato quest’anno da Feltrinelli, è la storia di una ragazza (non sapremo mai come si chiama) che decide di passare un anno intero a dormire. La sua non è un’aspirazione suicida: la giovane non vuole dormire per sempre. Vuole dormire per un anno, perché da questo letargo potrebbe sorgere un risveglio sperato, un nuovo sé, un nuovo inizio.

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I personaggi

L’accompagnano in questo viaggio – in questo sogno – una serie di personaggi disfunzionali: l’amica Reva, bulimica e invischiata in una relazione senza speranza; ma soprattutto la psicanalista, la dottoressa Tuttle (è un caso che si chiami come il protagonista di Henry pioggia di sangue?), forse la peggiore terapista che la Grande Mela abbia mai partorito: sostanzialmente una spacciatrice di psicofarmaci e sonniferi.

New York, anno 2000

Ambientato a New York tra il 2000 e il 2001 questo libro è una specie di Sex and the city narcolettico, in cui la protagonista, bella, magra, bionda e ricca (incarna insomma le caratteristiche imposte e necessarie per vivere “al meglio” a Manhattan) sceglie la via dell’abbrutimento invece che quella del glamour. Il suo è un atto rivoluzionario? O è solo pigrizia? È davvero volontà di rinascita attraverso l’annullamento, in una sorta di neo misticismo postmoderno, oppure è soltanto una facciata che copre una forte tossicodipendenza e una malcelata misantropia e depressione?

Ottessa Moshfegh
Ottessa Moshfegh

Sonniferi e Woopy Goldberg

La sfilza degli psicofarmaci, sonniferi e altri medicinali fa il paio con quella altrettanto “pop” dei film di serie B, C, D e Z che la protagonista guarda stesa sul divano in attesa che i farmaci facciano effetto: i suoi attori preferiti sono Woopy Goldberg ed Harrison Ford, ma c’è spazio per moltissimi titoli del cinema mainstream hollywoodiano degli ultimi trent’anni, guardato su videocassette di seconda mano. Quei film in cui, semplicemente, “Woopy Goldberg fa Woopy Goldberg ed Harrison Ford fa Harrison Ford”.

Una commedia per nulla sofisticata

Il mio anni di riposo e oblio è stato negli Stati Uniti un caso letterario; uno di quei libri alla moda raccomandati dalle riviste e dai blog che contano. È scritto con sapienza, forse anche troppa; è un libro insomma che non nasconde, anzi si compiace, del suo essere ben costruito. La cosa buona, nonostante certe premesse, è che il romanzo non sfocia mai nella farsa, anzi tiene a bada le spinte comiche che una vicenda come quella narrata potrebbe innescare. Si fa satirico quando descrive il mondo delle gallerie d’arte e degli artisti della Grande Mela; diventa comico quando entra in scena il personaggio della psicanalista. Non eccede mai, però, nei toni, grazie anche alla costruzione di una protagonista irrimediabilmente sgradevole, apatica, assolutamente lontana dagli standard della commedia sofisticata.

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Conto alla rovescia

Il romanzo è una sorta di conto alla rovescia verso l’auspicata ma improbabile rinascita della protagonista. Ma inevitabilmente, e il lettore lo capisce fin da subito nonostante non sia mai dichiarato, il conteggio non è solo quello che sancirà la fine del “sonno” della nostra addormentata; è ineluttabilmente il cammino verso un altro risveglio: quello dell’undici settembre, il giorno in cui l’America è, in un certo senso, tornata brutalmente alla realtà dopo un’esistenza di torpore. E allora se proprio volessimo dare un significato metaforico a questo romanzo potremmo interpretarlo proprio in questo senso (allo stesso modo di un romanzo recente di Paul Auster, Follie a Brooklyn): una iniezione di realtà che annulla finalmente tutti i sogni (veri o artificiali), e che demolisce le sovrastrutture ideali (se non ideologiche) di un certo american way of life.

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