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Il silenzio grande al Quirino: la recensione

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Ha debuttato ieri al teatro Quirino di Roma, e resterà in scena fino al 27 ottobre, Il silenzio grande, dalla penna di Maurizio De Giovanni e con la regia di Alessandro Gassman

Il silenzio grande al Teatro Quirino
Il silenzio grande al Teatro Quirino

Ha debuttato ieri al teatro Quirino di Roma, e resterà in scena fino al 27 ottobre Il silenzio grande. Dalla penna di Maurizio De Giovanni, autore di numerosi libri tra cui quelli de “Il Commissario Ricciardi” e “I bastardi di Pizzofalcone”. La regia è firmata da Alessandro Gassman, che conferma d’essere un regista meticoloso e attento, in grado di dirigere gli attori verso la strada della più semplice ed efficace naturalezza e verità.

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La trama dello spettacolo

Un finestrone che affaccia su Napoli, una pila di giornali infiniti che sembrano mai stati letti. Una vecchia radio. Una stanza che è un incontro tra il tempo presente e quello passato. Un percorso di parole mancate, di cui dichiaratamente si è sentita spesso la mancanza. Questa la scena della piecè che narra la storia di una famiglia, dove i suoi protagonisti navigano a vista nel mare del tempo che è scorso e che scorre. In questo fluire incessante, avvenimenti inaspettati e pieni di ironica semplicità racchiudono il tempo famigliare che sembra ovvio, ma che non dovrebbe mai essere scontato.

Massimiliano Gallo interpreta Valerio Primic, padre di famiglia ed eccelso autore di testi vincitori di ben tre premi Strega, impegnato e immerso nel suo lavoro, in una casa che ci appare immensa, meravigliosa. Ma che non è vissuta realmente. Un ruolo cucito addosso al suo interprete, che nella sua apparente e tranquilla non curanza di ciò che accade fuori dal suo studio, racconta tra citazioni di autori eterni e ironiche ansie di uomo un padre che avrebbe voluto dire tanto, che urla, nel silenzio di quello che è stato, l’amore e il bene verso i suoi cari con la sola ed unica colpa di essersi rinchiuso tra le pagine dei suoi libri cristallizzando il tempo.

La moglie e i figli ( Stefania Rocca, Jacopo Sorbini e Paola Senatore) si susseguono in andirivieni scenici utilizzando questa figura come sfogo assoluto del non detto, colpevolizzandolo incessantemente come fonte della rovina delle loro vite e del loro non saper essere in grado di cavarsela da soli perché troppo adagiati sulle gambe del padre e del marito, forti di un cognome divenuto di prestigio motivo di vanto e di paragone tra familiari.

Il silenzio grande

Una porta che si apre come uno spiraglio sulla coscienza di Primic

C’è una piccola porta accanto alla principale. Una porta che si apre come uno spiraglio sulla coscienza di Primic. Da quello spiraglio una bravissima Monica Nappo, nel ruolo di Bettina, interviene puntualmente per aiutare Primic a fare il punto interiore della situazione. La rabbia diventa speranza quando una decisione fondamentale porterà l’intera famiglia a voltare pagina. Un nuovo inizio per coloro che sono rimasti nel mondo reale. Una nuova casa, una speranza di autonomia e lavoro, qualcuno di nuovo da amare, qualcuno da amare in eterno.

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Il nostro commento

Il tempo è scorso inesorabile davanti allo spettatore, i protagonisti di questa storia demonizzano costantemente il dolore della perdita utilizzando la scena come luogo di incontro tra anime di mondi ormai diversi. La verità della storia arriva silente e inaspettata. Una scoperta finale che il pubblico accetta inconsapevolmente come i naturali eventi della vita. Uno spettacolo sensibile e delicato, con un sentimentalismo testuale poco retorico, pieno di gioia e ricordi da conservare gelosamente, pieno di piccole ansie da superare. Tutto vuole raccontare semplicemente la vita, “come siamo, potremmo essere o anche quello che saremmo potuti essere”.

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