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Vita, morte e miracoli: al teatro Cometa Off di Roma dal 12 novembre

Lo spettacolo, scritto da Lorenzo Gioielli e diretto da Riccardo Scarafoni, è un testo coraggioso che si muove tra ironia e profondità, misurandosi con i risvolti dell’amore, della morte, della diversità e anche dei pregiudizi verso l’omosessualità.

La famiglia, i legami, ciò che si è dentro-dentro e ciò che invece mostriamo fuori. Sono tutti i pezzi che compongono l’essere umano e che vengono rimescolati in modo imprevedibile di fronte all’imminenza della morte. Eppure è proprio in un crocevia esistenziale come questo che emerge la parte più autentica dell’uomo, fatta di recriminazioni, rimpianti, di desideri e del bisogno, in qualche modo, di credere. È questo il quadro in cui si muovono i protagonisti della commedia Vita, morte e miracoli, in scena al teatro Cometa Off di Roma dal 12 al 17 novembre. Un testo che porta la firma di Lorenzo Gioielli per la regia di Riccardo Scarafoni, e che nel solco dei toni agrodolci della commedia all’italiana, usa la leggerezza per far riflettere sul mondo di oggi e su se stessi.

I temi della pièce teatrale

I temi sul piatto sono attuali e fondamentali: il modo in cui viene affrontata la morte, il bisogno di dare un senso alla propria esistenza, la bellezza dell’amore ma anche il pregiudizio nei confronti di chi è ancora considerato diverso come, appunto, gli omosessuali. Tutti pezzi di una storia comune, di quelle che spesso restano nascoste a volte tra le mura di una stanza d’ospedale, proprio come accade in questa storia.

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La trama dello spettacolo

A intrecciarsi sono le vicende di quattro persone che formano una vera e propria famiglia. C’è Marco (interpretato dal regista Scarafoni), acuto e sarcastico, che si trova ad assistere con dolore e apprensione il compagno Emanuele (Francesco Venditti), in coma e in bilico tra la vita e la morte. C’è la sorella di Marco, Ilaria (Veruska Rossi), col suo passato misterioso e complicato. E c’è Dario (Fabrizio Sabatucci), suo marito, uomo solido e semplice che cerca sempre di fare del suo meglio senza giudicare. Si conoscono da sempre, ma è proprio in questa stanza che sveleranno i loro lati più nascosti, fino ad arrivare alla domanda finale: “In cosa si è disposti a credere?”.

Ciascun personaggio ha una forte carica simbolica: Marco è un maniaco del controllo, ma si trova a perdere la presa proprio sulla sua stessa vita di fronte alla prospettiva dell’addio del suo “giovane e bellissimo compagno”. Emanuele è l’amore, quello con la A maiuscola, fragile e vulnerabile, ma allo stesso tempo attaccato alla vita. Ilaria si muove sulla lama sottile che separa l’attrazione verso l’ignoto dalla paura di perdere ciò che ha conquistato. E Dario è forte, buono, semplice: accetta l’umanità per quello che è e si pone sempre come la spalla, mai come il protagonista.

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Note di regia

Eppure non siamo di fronte a stereotipi: sono tutti personaggi costruiti in modo accurato e realistico e che riescono a mescolare con grande efficacia ironia e dramma. Merito anche della scrittura attenta di Gioielli, che ha costruito i suoi protagonisti proprio attorno agli attori che li interpretano. “Gli avevamo chiesto – racconta Scarafoni –  di scrivere per noi una commedia, e lui è andato ‘oltre’ cucendoci addosso un vestito che ci obbliga a una grande responsabilità.

Come regista, ho chiesto agli attori di prendersi lo spettacolo ‘sulle spalle’, perché è su di loro che ‘regge’”. Vita, morte e miracoli, dunque, prima ancora di arrivare al pubblico, ha catturato gli stessi interpreti. Ma il punto di forza di questa commedia è proprio quello di saper parlare a tutti spingendosi in profondità, anche attraverso la scelta coraggiosa di affrontare temi cruciali con un tono ironico e delicato, leggero solo in apparenza. La morte, che spesso nella nostra società viene tenuta nascosta come se fosse un qualcosa da cui si può fuggire, qui diventa il motore degli eventi che spinge a mettersi in discussione, ad aprirsi agli altri, e a guardarci dentro mentre ci chiediamo cos’è per noi un miracolo e se siamo o meno disposti a crederci.

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