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Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli – la recensione del libro di Cesare Garboli

L’editore Quodlibet ristampa uno dei libri di critica pascoliana più discussi e importanti degli ultimi anni, le Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli di Cesare Garboli. Il libro esce con una nuova prefazione di Emanuele Trevi.

Esce per i tipi di Quodlibet una nuova edizione di Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli di Cesare Garboli, uno dei libri più importanti e discussi della critica pascoliana del secondo Novecento (la prima edizione è del 1990). Emanuele Trevi nella nuova introduzione che apre questa edizione ripercorre la vicenda editoriale particolarissima di questo libro, con quell’emblematico cambio di titolo e di attribuzione tra la prima e la seconda edizione. Trevi ci ricorda quella “appropriazione” autoriale da parte di Garboli, che da curatore dell’antologia diventa autore del libro. E proprio questo passaggio ci svela forse il senso vero di questa particolare antologia. 

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Due titoli per un libro

Scrive Trevi: “la prevalenza del critico sull’oggetto studiato suggerì, o impose, un mutamento a dir poco scandaloso nell’attribuzione della paternità del libro stesso”. Insomma, se nella prima edizione il libro usciva come “Giovanni Pascoli, Trenta poesie famigliari, a cura di Cesare Garboli”; a partire dalla seconda il ribaltamento cede al curatore il primato autoriale: “Cesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli”. Può sembrare un dettaglio, ma non lo è. Ce lo dice Garboli stesso: “se una raccolta di poesie commentate che comprende 340 pagine, è stata scritta per 300 pagine dal curatore e per 40 dall’autore delle poesie, questa raccolta è in realtà un libro del curatore e deve circolare sotto il suo nome”.

Tre momenti “famigliari”

Le trenta poesie commentate sono divise in tre parti; sono tre momenti “famigliari” della produzione di Pascoli. Due sezioni dell’antologia riguardano altrettante sequenze ‘d’autore’, Ritorno a San Mauro e Diario autunnale, tratte dai Canti di Castelvecchio. L’altra sezione è una raccolta di testi messi insieme da Garboli a partire dalle poesie “famigliari” pubblicate postume dalla Maria Pascoli. Sono “foto ricordo scattate in famiglia, […] sebbene troppo in posa”; e hanno un andamento  spesso “ansimante, fatto di magoni inarticolabili, singhiozzi repressi, sospiri prigionieri tra le parole […]”. Siamo lontani dai “cavalli di battaglia” della poesia “biografica” di Pascoli. Perché allora queste poesie? Scrive Garboli: “Pascoli è stato l’ultimo poeta italiano capace di proiettare il privato nel pubblico, e di fare del proprio vissuto […] un oggetto fenomenale”. Ma soprattutto perché, e l’intuizione è felicissima, l’io di Pascoli non è mai solo, è inseparabile dalla famiglia. L’io di Pascoli, per Garboli, si “allarga”, superando la tradizione “lirica” (da Petrarca a Proust); il suo è sempre un io-in-famiglia: “la sopravvivenza della tana non è il proprio io, è la famiglia”.

La “Cronologia”

Il libro si apre con la celebre “Cronologia” della vita di Giovanni Pascoli, che occupa più della metà del volume. Questo testo verrà riproposto da Garboli nel doppio “Meridiano” da lui curato delle Opere scelte del poeta, di cui queste Trenta poesie rappresentano un primo tassello. E questa “Cronologia” è sicuramente la parte più riuscita del libro. Scrive Trevi (che di questa Cronologia aveva già parlato nel suo ultimo romanzo, Sogni e favole) che si tratta di “uno dei vertici dell’arte narrativa di Garboli”; e non si può non essere d’accordo, tanto più perché si manifesta in uno scritto di carattere “tecnico”, accessorio, di quelli che di solito si sfogliano distrattamente. 

Lessico famigliare pascoliano

Si tratta però di una pseudo-cronologia, che si fa leggere come un romanzo. Un romanzo però “filologico”, composto utilizzando tantissime carte d’archivio (lo sterminato archivio di Castelvecchio Pascoli); ma anche partendo da quel monstrum che è la biografia del poeta scritta dalla sorella Maria, capolavoro di documentazione ma anche di “non detto”. Non si pensi, insomma che Garboli abbia intenzioni “romanzesche”, anche se questa Cronologia farebbe bella figura, che so, accanto a Lessico famigliare, o a certe pagine di Aracoeli. Leggendola ci si trova davanti ad uno straordinario “personaggio”; un personaggio però che seppur si sbilanci costantemente verso il “romanzo”, non perde mai la propria soda e documentata realtà. Una “verità”, insomma, certificata dal lavoro del filologo. Spetta al lettore, scrive Garboli, “definire come e quanto questo personaggio sia un’immagine credibile della realtà”.

Tragicommedie famigliari

Partendo proprio da questo assunto, quello che più colpisce di questa cronologia è la ricostruzione dell’ambiente e dell’epoca storica: la Romagna degli anarchici, la scuola di Carducci, la vita di provincia in Toscana. E naturalmente la famiglia, e le sue vicende, incentrate sul rapporto del poeta con le due sorelle Ida e Maria; rapporto che è il motore di tutta l’esistenza, e la poetica, che Garboli ricostruisce. È insomma quel “nido”, quel topos abusato cui Garboli cerca di dare una consistenza “comica” da sovrapporre alla “tragedia”. Checov, o uno Svevo più sulfureo, dice Garboli, se proprio dobbiamo trovare dei referenti nella fiction; o ancora: “C’è tutto Visconti in una fava” chiosa il critico commentando un sonetto scritto per la sorella Maria nel 1885. 

“Una suite di luce feriale e domestica”

Siamo davanti insomma a quella che Garboli definisce una “suite di luce feriale e domestica”. Ma è una luce che nasconde l’oscurità, per Garboli, di quell’ambiguità “nazionale” di cui la vita del poeta costituisce un paradigma. È il discorso, criticato da molti, del “protofascismo” pascoliano che Garboli cerca di intravedere nel controluce di un’esistenza esemplare. Più che d’Annunzio, insomma, scrive Garboli, fu Pascoli a preparare il campo “poetico” del disastro fascista. Detta così suona forse un po’ forte, però getta semi critici altissimi. Il discorso è complesso, e qui si può solo accennare, perché comprende l’articolatissimo rapporto del poeta con il Risorgimento e con la “romanità”; e il modo in cui questi miti venero distorti durante il ventennio. Basti però dire che quelle che Garboli cerca sono le radici “private”, primonovecentesche, dell’Italia che sarà. 

Lo si legga come strumento critico, o lo si legga come “romanzo”, il libro è di quelli davvero fondamentali. Un plauso all’editore per averlo riproposto in questa nuova edizione.

Scheda del libro

Titolo: Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli
Autore: Cesare Garboli 
Editore: Quodlibet
Anno: 2020
Pagine: 512
ISBN:  9788822903846
Prezzo: 20 euro.

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