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Intervista a Barbara dall’Angelo: “La fotografia è il mio sguardo sul mondo”

Barbara Dall’Angelo non è semplicemente una fotografa, ma una vera e propria artista, che fa della sua macchina fotografica sintesi di tela e pennello. I suoi scatti fotografici diventano straordinarie opere d’arte capaci di trasformare la realtà in incanto, la quotidianità in eternità, fotogramma dell’attimo perfetto…

Barbara Dall’Angelo non è semplicemente una fotografa, ma una vera e propria artista, che fa della sua macchina fotografica sintesi di tela e pennello. I suoi scatti fotografici diventano straordinarie opere d’arte capaci di trasformare la realtà in incanto, la quotidianità in eternità, fotogramma dell’attimo perfetto.

La sua minuziosa attenzione per la luce e per il movimento l’hanno portata a collaborare con National Geografic Italia e a realizzare mostre individuali e collettive in tutto il mondo, con riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. Le sue opere raccontano contemporaneamente la forza prorompente della vita e la sua delicatezza, la magia dell’ordinarietà e la potenza del tempo. E sono ammirabili sino a fine settembre presso il ristorante vegetariano romano Il Margutta Veggy Food & Art.

Cresciuta a Roma, in una famiglia di professionisti della produzione televisiva, Barbara Dall’Angelo ha fatto della comunicazione attraverso immagini la sua vita. Dopo gli studi universitari in Lettere e Filosofia si è diplomata in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Nel 1998 ha fondato la società di distribuzione Dall’Angelo Pictures con cui ha ottenuto e continua a ottenere importanti successi professionali. Dal 2011 si dedica con rinnovato impegno alla fotografia, passione che aveva coltivato durante l’adolescenza. Dal 2012 collabora attivamente con National Geographic Italia con cui, ad oggi, ha pubblicato più di 30 reportage.

Cinque domande a Barbara Dall’Angelo

Cosa sono la fotografia e l’arte per te?

La fotografia è ben più di un mestiere per me. È il mio modo di vedere il mondo. È il mio sguardo. Grazie alla fotografia vedo luoghi che altrimenti non avrei mai conosciuto, scopro la bellezza dove prima non avrei neppure guardato e spesso mi ritrovo a sfidare le mie paure e ad affrontarle in nome di qualcosa che mi spinge alla scoperta.


Quando, a quale età e come, hai iniziato a scattare foto? Quali erano i tuoi soggetti e con quali esiti?

Fotografo fin dalla mia adolescenza, da quando mio padre mi regalò la mia prima Reflex. Avevo sicuramente già un gusto particolare per la composizione e certe atmosfere che sono rimaste anche nella mia fotografia di oggi. Ma non c’era alcuna ricerca artistica. Al tempo fotografavo in modalità automatica e solo per documentare i miei viaggi. Portavo a casa prevalentemente cartoline. Ho invece cominciato a fare sul serio con la fotografia ai miei 40 anni.

Pensi di aver scelto tu la natura o che lei abbia scelto te?

Ho iniziato con fotografie di soggetti urbani, la cosiddetta street photography, per poi proseguire con reportage di viaggi. Ma quando mi sono appassionata veramente alla fotografia non ho potuto fare a meno di scegliere il paesaggio. Le mie origini sono montanare e ritornare alla natura è stato quasi un richiamo necessario. Essere all’alba su una cima o al cospetto di un iceberg o in un prato fiorito è un modo per rappacificarmi con la parte più inquieta che c’è in me.

Qual è stata “la goccia” che ti ha portato a mollare la tua precedente occupazione professionale e a intraprendere questa carriera?

A quarant’anni la mia vita era prettamente orientata alla carriera lavorativa nel mondo dell’entertainment. Mancava totalmente la parte creativa che invece è sempre stata molto presente nei miei studi e nella mia giovinezza. Ho scelto quindi di abbandonare il vecchio lavoro, di aggiungere un’attività che mi permettesse di esprimere me stessa. E la fotografia, iniziata così, come una passione, si è trasformata in un vero e proprio secondo lavoro.

Tre foto a cui sei più affezionata e perché.

Dancing Sky – Dietro a questo scatto ci sono tre viaggi a vuoto nel Nord del mondo, tanto freddo e diversi fallimenti. Ma poi, finalmente, nel marzo 2013 sembravano esserci tutti gli elementi giusti: stagione invernale, tempeste solari intense e poche perturbazioni sull’Islanda. È così che dopo poche ore mio marito ed io ci siamo trovati a Reykjavík. Per cinque giorni abbiamo percorso centinaia di chilometri al mattino e abbiamo fotografato aurore piuttosto deboli di notte. Fino a che la sera in cui avevamo deciso di riposarci si è presentata in tutta la sua magnificenza questa incredibile aurora forza 9 (su una scala da 0 a 9!).

Love Dance – Ho scattato questa immagine a Hokkaido, nel parco naturale del Red-Crowned Crane Center. Le gru della Manciuria sono animali eleganti e leggiadri nelle loro danze coreografiche degne di un corpo di ballo. Sono molto presenti nella tradizione popolare nipponica perché simbolo di buon augurio e di fedeltà nei matrimoni. Si narra che le gru possano vivere cent’anni e che restino fedeli per tutta la loro lunga vita. In questo scatto le ho ritratte mentre si esibiscono nella danza dell’amore a febbraio.

The Mirror – Al contrario di un pittore che si ritrova davanti a una tela bianca da riempire, il fotografo di paesaggio ha il problema opposto: deve togliere, escludere gli elementi superflui che disturbano la «lettura» dell’immagine. Nella composizione esistono tante regole da seguire, e anche da disattendere, ma quella della semplicità è spesso la chiave per una buona fotografia di paesaggio comunicativa. Mi trovavo nelle paludi del profondo sud della Louisiana e lo scenario da fotografare era spettacolare: centinaia di cipressi calvi si ergevano dalle acque come i guardiani delle paludi. Ho individuato immediatamente quello che per me era il centro d’interesse dell’immagine e ho ridotto così, al minimo, tutti gli altri elementi.

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