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“Persone normali” di Sally Rooney, la recensione

Connel e Marianne, i personaggi del romanzo di Sally Rooney, si conoscono da sempre: sono diversi eppure si completano l’un l’altra, sia quando sono insieme che quando sono separati. Sono fatti l’uno per l’altra eppure non riescono a non allontanarsi costantemente e ciclicamente

Sally Rooney, Persone normali, Einaudi 2019

Persone normali è il secondo romanzo di Sally Rooney, scrittrice irlandese classe 1997. Non inganni la giovane età: già col suo romanzo d’esordio (Conversazione tra amici) l’autrice si è dimostrata molto più “adulta” (ammesso che essere adulti sia un valore) e meno “generazionale” di quanto l’anagrafe sembri suggerire. La stessa definizione di “scrittrice dei millennials” lascia il tempo che trova: i romanzi di Rooney hanno una maturità stilistica che le categorie giornalistiche difficilmente riescono ad incasellare.

Uno sguardo contemporaneo

Quel che colpisce subito di questo romanzo è la sensazione di stare ascoltando una voce che vuole capire ed analizzare le dinamiche profonde, strutturali, dei rapporti umani. Non è solo questione di essere (o non essere) millennial: quella di Rooney è una riflessione sul contemporaneo. Emerge infatti, dietro una trama che è la più antica del mondo (un boy-meets-girl dai risvolti nevrotici) la volontà di cercare una decostruzione del paradigma, una esemplarità delle situazioni che rifugge però da qualsiasi moralismo, o peggio simbolismo (Connel e Marianne restano sempre “autentici” nelle loro individualità).

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Dinamiche dei sentimenti

Le dinamiche sentimentali vengono sviscerate come il riflesso di una struttura più complessa, di rapporti (di potere, economici, di genere) che vanno oltre il semplice (si fa per dire) regno delle affinità sentimentali. Il romanzo, insomma, è tutto tranne che uno young adult per teenager in cerca di sospiri facili, come potrebbe sembrare ad una lettura superficiale: nel romanzo si mette in campo il respiro pesante dell’esistenza del singolo e del suo rapporto con gli altri, e l’amore ne è un prodotto, forse il più devastante.

Incomunicabilità e conflitto di classe, nevrosi e incapacità di relazione: questi sono alcuni tra gli scogli che i protagonisti tentano di superare. I rapporti sono complicati perché avvolti da sovrastrutture che coinvolgono la psicologia individuale e sociale, le distanze culturali, economiche e politiche; sono regolati inoltre dalle assurde dinamiche dell’apparire e del mostrarsi (vincenti, belli, colti, a seconda dell’ambiente) e della sete di approvazione da parte degli altri. È questo il vero veleno dei rapporti, ciò che rende impossibili essere persone “normali”, cioè consapevolmente autonome, libere dai condizionamenti esteriori, e dalle nevrosi che questi generano.

Oltre le costruzioni

Rooney inoltre mette a fuoco il limite di una civiltà intellettuale profondamente classista e chiusa: in questo il ruolo specifico della letteratura (una letteratura che ritrovi la propria validità, al di là delle mode) rimane un ruolo di resistenza, di affrancamento dal “falso” e di partecipazione al reale, oltre le costrizioni e le costruzioni fittizie: c’è nei personaggi del romanzo una ricerca estrema di una autenticità che sembra essersi smarrita un po’ dappertutto, nei rapporti umani come in quelli sociali e culturali.

Boy-meets-girl

Tutto ciò in un romanzo che scorre veloce e lascia chi legge incollato alle pagine, e che dimostra che la formula boy-meets-girl se ben declinata funziona ancora e può diventare uno strumento di (avvincente) analisi. Da premesse del genere l’autrice costruisce un romanzo di formazione dei nostri tempi, con motivi classici che si intrecciano a questioni di assoluta attualità (primo fra tutti la consapevolezza critica che il rapporto di coppia è un rapporto di “potere”). La storia d’amore è nevrotica e malinconica, fatta di non detti e di una “normalità” cercata che si sottomette ad una gestione estrema dei sentimenti (ai limiti del masochismo): rende bene questa situazione la prosa, che ha sì un tocco leggero, ma rimane sempre sottilmente opprimente in certa sua “freddezza”.

Il libro fa sorridere e piangere come è giusto che un libro del genere faccia, eppure anche quando ci si trova davanti ai momenti più cupi non scatta mai la valvola del patetico (Rooney è bravissima a schivare il facile sentimentalismo, e allo stesso tempo a costruire momenti che provocano autentici terremoti emotivi) e il tutto conserva quella autenticità di analisi che rimane costante per tutto il libro, e che è la sua forza. La situazione dei due personaggi, questa ricerca di una “normalità” che pare negata costantemente si risolve in una presa di coscienza che assume la forma di una breve boccata d’aria in un quadro soffocante, eppure inevitabile.

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