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Julian Barnes, Con un occhio aperto – La recensione

Il libro di Julian Barnes, edito da Einaudi, ripercorre due secoli di storia dell’arte, indagando le radici e gli sviluppi della modernità.

Juian Barnes, Con un occhio aperto, Einaudi 2019

Con un occhio aperto raccoglie una serie di scritti sull’arte dello scrittore inglese Julian Barnes; un viaggio tra Ottocento e Novecento alla scoperta delle origini e dello svolgimento dell’arte moderna. Dalle radici romantiche, passando per impressionisti e post-impressionisti, il percorso di Barnes (che qui raccoglie interventi in gran parte pubblicati su rivista nel corso degli ultimi anni) termina col pieno Novecento modernista e oltre. Quelli trattati sono gli artisti tra i più grandi degli ultimi due secoli: da Géricault a Delacroix, da Degas a Cézanne, passando per Manet, Redon, Bonnard, Fantin-Latour, Vallotton, Braque, fino al pieno Novecento di Lucian Freud e Howard Hodgkin.

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Tra Otto e Novecento

La storia che i saggi di Barnes ricostruisce è quella del passaggio dal romanticismo al modernismo; il fulcro centrale sono gli anni 1850-1920, quelli del grande cambiamento nel mondo delle arti visive e non solo. Si tenta di ricostruire insomma l’evoluzione del realismo fino al suo pieno superamento modernista. Seguire questo sviluppo attraverso i quadri è, secondo lo scrittore, più semplice e diretto che attraveso le altre arti, letteratura in primis. E sebbene sia fedele all’assunto flaubertiano che non è possibile spiegare una forma d’arte attraverso il linguaggio di un’altra forma d’arte, gli scritti di Barnes tentano, e riescono, nell’impresa di essere letterari eppure informati e critici ad un tempo.

La Medusa di Gericault

Lo scritto che inaugura la raccolta di saggi è quello su La zattera della Medusa di Géricault, che è l’unico tratto da un libro precedente dello scrittore, il romanzo Una storia del mondo in dieci capitoli e 1/2. In queste pagine l’autore si interroga sulle funzioni dell’arte nel mondo moderno, e lo fa partendo dalle origini della modernità stessa. Barnes indaga i legami tra l’arte e gli sconvolgimenti del reale, e riflette su come questi ultimi vengano sempre interpretati e riletti dall’artista. Il saggio però è sorattutto una precisa radiografia delle intenzioni dell’artista davanti al proprio soggetto, ovvero davanti alla realtà. Si ricostruisce insomma il processo di “selezione” che dalla realtà arriva al compimento dell’opera. Per questo è molto importante capire cosa viene rappresentato sulla tela, e allo stesso tempo cosa non viene rappresentato. Da questa dialettica tra detto e non detto scaturisce l’opera d’arte.

Julian Barnes

Cézanne, padre del modernismo

Un saggio tematicamente molto importante è quello su Cézanne. Il rigore morale di Cézanne, riverberato nella sua arte (“una nuova proposta morale di spazio” per dirla con Braque) diventa spunto di riflessione sul binomio “faustiano” arte-successo. Scrive l’autore, e lo sottoscriviamo: “Nel mondo moderno una delle tentazioni di sant’Antonio sarebbe quella del successo artistico”. Cézanne è invece l’emblema dell’artista eremita, schivo e “difficile”. Certo anche questo è un atteggiamento codificato, al pari dell’artista avventuriero (Gauguin a Tahiti, o Rimbaud che traffica armi nell’Etiopia di Menelik), o dell’artista tormentato e autodistruttivo. Cézanne, invece, è l’artista rigoroso, lontano dalla ribalta. Eppure con lui il modernismo propriamente detto ha il suo inizio vero; lui è stato il più influente (volontariamente o involontariamete), e con lui davvero comincia il contemporaneo. Cézanne, insomma, è “la connessione indispensabile” tra il prima e il dopo, tra i preparatori della moderintà e il modernismo maturo.

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Freud, un artista silenzioso

Citiamo ancora, tra i tanti, soltanto il saggio su Lucian Freud, che in un certo senso riprende lo scritto su Cézanne. Freud, come il pittore francese, è un artista “silenzioso”. Non scrisse manifesti e parlò pochissimo della sua arte. Parlò pochissimo in assoluto, in realtà. Fece insomma, parlare le opere, separando fino all’estremo l’uomo dall’arte. In questo Freud è in tutto antinovecentesco, e per questo forse è così affascinante. Negli anni (siamo nel secondo Novecento) in cui gli artisti diventano delle superstar (si pensi a Warhol), Freud non comunica col mondo se non con le sue tele, seleziona al massimo le frequentazioni e non si costruisce come personaggio pubblico. Il ritratto di Barnes è impietoso nel rappresentare l’asperità del suo carattere, eppure è affascinato e affascinante: l’artista emerge dal proprio turbamento e la figura che emerge è davvero a tutto tondo.

Per concludere: Barnes tradisce volontariamente l’assunto flaubertiano dell’imposibilità di descrivere l’arte a parole, e lo fa regalandoci bellissime pagine di “letteratura pittorica”.

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