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Intervista a Demetrio Marra: “Dal nonsense alle poesie bianciardiane”

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Libro d’esordio per Demetrio Marra. “Riproduzioni in scala” uscirà il 7 novembre con la casa editrice Interno Poesia e la prefazione di Flavio Santi

Demetrio Marra
Demetrio Marra

Libro d’esordio per Demetrio Marra. “Riproduzioni in scala” uscirà il 7 novembre con la casa editrice Interno Poesia e la prefazione di Flavio Santi. Ventiquattro anni, di Reggio Calabria, Marra nel 2014 si è iscritto a Lettere Moderne all’università di Pavia, diventando studente dell’Almo Collegio Borromeo. Nel 2017 si è laureato con una tesi sulle Rime d’amore di Torquato Tasso. È laureando in Filologia moderna all’università di Pavia, con un progetto di tesi su Luciano Bianciardi.

È stato all’interno del direttivo editoriale di “Inchiostro”. È vice-direttore di “Birdmen”, rivista di cinema, serie e teatro. Ha pubblicato nel 2018 una silloge di poesie per il n.90 di “Atelier”, con la prefazione di Andrea De Alberti. L’antologia “Poeti nati negli anni ’80 e ’90” (Interno Poesia, 2019), a cura di Giulia Martini, ha ospitato tre suoi testi con la prefazione di Riccardo Donati. Su “La Clessidra” ha pubblicato il poemetto “Tutto sopra le calabresi cose”. È un ragazzo che promette bene!

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Quando hai iniziato a scrivere poesie?

Non lo so con precisione. Penso recentemente, durante l’ultimo anno di liceo, spinto dalla lettura di Tiziano Sclavi, autore di Dylan Dog, che ogni tanto metteva qualche ballata, qualche poesia nelle vignette. Ho cominciato coi racconti, racconti buffi, nonsense, tipo su Santo Presto, che era sordo ma non abbastanza per prendersi l’invalidità, e che va con una mongolfiera vicino alla sorgente di un temporale per sentire il tuono, per dimostrare di essere o non essere sordo, ma chiaramente muore perché l’elettricità lo colpisce prima. Franco Farlo, che dipingeva le pubblicità sui marciapiedi, Marta Sartala – cose che dovrei ritrovare e berci sopra.

Per scrivere c’è un momento della giornata che preferisci?

No, affatto, di solito non è in programma la scrittura, è del tutto eventuale. Spesso mi trovo a scrivere nelle note del cellulare, come fanno altri miei coetanei. Ci sono momenti da clac, qualcosa che scatta, solo dopo aver elaborato un’idea, una sensazione, un filo a lungo in testa, consciamente o inconsciamente. Dopo la scrittura in sé può durare poco o tantissimo tempo e sicuramente passa da molte letture, confronti, riscritture, considerazioni, più spesso: scarti.

A proposito del tuo libro d’esordio. Le tue poesie perché potrebbero definirsi bianciardiane?

Per qualcosa come un tono o un metodo, credo. Studiando Bianciardi per la tesi magistrale ne sono costantemente immerso, il suo è un approccio tutto volto alla demistificazione, alla comprensione e, chiaramente, al cambiamento della società. Poi in lui c’è un senso di profonda dispersione di energie che non chiamerei rassegnazione, quasi un precoce invecchiamento, che si vede nel pedagogo di Aprire il fuoco. Comunque, spero più di essere bianciardiano, di esserlo stato nei testi che gli sono dedicati, in modo esplicito o tramite rimandi, che sono due o tre, compresa la pisciata sull’esperienza pavese: per chi ha letto la bella biografia di Corrias è un riferimento molto pacifico.

Perché hai scelto proprio Bianciardi per la tesi?

Perché in quel suo viaggio Grosseto-Milano mi ha un po’ ricordato il viaggio di molti studenti che dal Sud vanno al Nord, cercando qualcosa che sembra non esserci al Sud. Come diceva Ottieri, Il cielo non basta. Ed è vero, verissimo – e beh, poi Bianciardi è assolutamente travolgente. Mi sembra anche, non vorrei sembrare presuntuoso, che la critica bianciardiana abbia preso diversi abbagli. Spero di averlo fatto intuire nel mio primo intervento su Treccani. E mi sembra anche che le operazioni editoriali attorno a Bianciardi siano insufficienti. Insomma: forse studiandolo, bene, potrei proporre delle idee nuove, anche a livello di circolazione editoriale.

Dopo la laurea cosa ti piacerebbe fare?

Non ne ho davvero la più pallida idea. Dottorato, insegnamento, giornalismo, scrittura, editoria. Non lo so, vorrei campare col lavoro culturale ma di questi tempi la vedo dura, punto moltissimo sui progetti coltivati da tempo, come la rivista Birdmen Magazine.

Sei vicedirettore di Birdmen. Puoi parlarci di questa esperienza?

Birdmen Magazine è un progetto culturale molto preciso. È complesso da spiegare esaustivamente, c’è una voce sul nostro sito a posta. Però ci provo: siamo una rivista (registrata), diventeremo un’associazione di promozione sociale. La testata conta circa 70 persone, tra redattori in senso stretto, gestori social, grafici, video-maker. Cerchiamo di parlare di cinema, serialità e teatro con un tono a metà tra l’accademico e il divulgativo, cercando di strappare queste forme d’arte dal magma del dibattito normale, che mi pare concentrarsi troppo sul look, sulle interpretazioni, sul mainstream e poco sull’arte in sé. Il fine è anche educativo.

Siamo sia online, abbiamo una pagina Facebook molto seguita e pagine in ogni social esistente, oltre che un sito; sia su carta, pubblichiamo un numero ogni sei mesi, il prossimo è in uscita a novembre. Il cartaceo è qualcosa di cui siamo profondamente fieri, crediamo ci distingua, ci renda tangibili in senso proprio. Tutto questo coi piedi ben piantati, perché l’ideale sarebbe essere fisicamente nelle città. Per adesso abbiamo due redazioni, a Pavia e a Bologna, e redattori un po’ ovunque. Tentiamo non solo di seguire gli eventi ma di proporne, gestirne e in sostanza aumentare l’offerta culturale di una città”.

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Come sta un calabrese a Pavia?

Non male, in fondo è la mia seconda casa. Mi manca il mare, l’apertura di prospettiva che ti costringe a tenere. Mi mancano i ritmi un po’ più lenti, mi manca la mia famiglia. Però Pavia ha l’università, gli amici, l’Osteria di Andrea, la Delfino, Poesia al tavolino, e ovviamente anche altro. A Pavia è nata Birdmen, a Pavia c’è il Borromeo, oggi ho regalato alla biblioteca il libro, firmando da un figlio non voluto, che sembra semplice amarezza ma è soprattutto una citazione da Ottieri, certamente paracula. Il Borromeo mi ha dato tantissimo, direi soprattutto i cuochi, non avendomi fatto rimpiangere la cucina delle mie nonne.

Qual è il piatto tipico della tua terra che preferisci? E lo sai cucinare?
La parmigiana. Anche se non ho mai provato a farla. Ma ho dovuto traslocare dal Borromeo a questa nuova casa, sempre a Pavia. Visti i tanti libri, ho chiesto aiuto ad amici in cambio di una parmi-cena, chissà se mi riuscirà. La ‘nduja, che qui mi sembra stia vivendo un vero boom, è facile da usare, non richiede grandi doti. Io a volte la sciolgo nella panna, ci metto dentro del guanciale rosolato in padella ed esce una cosa fuori dal comune.

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