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“Ignorantocrazia” di Gianni Canova – La recensione del libro

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Nella collana “L’agone” diretta da Antonio Scurati è uscito il nuovo saggio di Gianni Canova, tra cinema e industria culturale un pamphlet acceso sul panorama culturale dell’Italia d’oggi, e un “manuale di resistenza” al conformismo dell’immaginario

Gianni Canova, Ignorantocrazia, Bompiani 2019.

Gianni Canova nel suo nuovo libro è chiaro e diretto: qualcosa non va nel nostro paese quando parliamo di cultura. Il suo Ignorantocrazia (il titolo dice già tutto) non usa mezzi termini: in Italia si legge poco e male. Il mondo della cultura è sempre più chiuso in una torre d’avorio elitaria ed impermeabile; la fruizione dei media visuali, nonostante la capillare penetrazione nelle nostre vite, si riduce spesso a un guardare senza capire.

Cultura “alta” e “bassa”

Sono tante le motivazioni della (eterna) crisi culturale di questo paese. Forse è ancora valida la sintesi di Pasolini/Orson Welles in La Ricotta, che Canova cita nelle prime pagine del libro: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Ma non basta il giudizio tranchant (per quanto amaramente condivisibile) di Pasolini. Le cause sono antiche e ormai cicatrizzate nel nostro tessuto sociale da risultare quasi irriconoscibili. Problema di fondo è lo scollamento, sempre più evidente, tra una cultura elitaria (astiosamente “alta”, rigorosamente “chiusa”) e una cultura popolare che decenni di indifferenza critica hanno trasformato in una landa desolata.

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L’eterna questione dei “generi”

Il discorso approda necessariamente al cinema. La cultura italiana ha sviluppato una idiosincrasia nei confronti di tutto quello che è “genere”. L’equazione, si sa, è: “commerciale=male”. La commedia, il noir, il melodramma sono allora rimasti esclusi dalle grandi teorizzazioni critiche, che hanno instaurato un vero e proprio manicheismo. Insomma: cinema d’autore contro cinema di genere. Scrive Canova: “Siamo ancora fermi da secoli alla distinzione di Berchet: o piaci ai ‘parigini’ (i colti raffinati esigenti beneducati profumati cinéphiles) o piaci agli ‘ottentotti’ (i rozzi incolti spetazzanti divoratori di cinema fast food)”.

Cinema sperimentale di massa

Sarebbe ora di superare questa distinzione, anacronistica e, in fondo, sciocca. Dice bene Canova quando invoca il ritorno di un cinema sperimentale di massa (bellissima definizione). Un cinema, insomma, che racconti e che ci racconti, che sia cinema vero in tutte le sue sfumature di significato: arte e industria, fabbrica di sogni e riflessione sul reale. Oggi non funziona così. Da un lato c’è un cinema d’autore che spesso è ombelicale ed autoreferenziale; dall’altro un cinema commerciale ormai svuotato da qualsiasi significato. Due mondi che non comunicano, accomunati forse da un’unica caratteristica: l’essere irrimediabilmente innocui.

Gianni Canova
Gianni Canova

Analfabetismo iconico

Altro tema caro all’autore, su cui ha scritto molto anche in passato, è quello che lui chiama “analfabetismo iconico”. I media visuali siano stati marginali (se non ignorati) dai curricula di studio di questo Paese. Questo ha creato generazioni di analfabeti dell’immagine, incapaci di comprendere i funzionamenti (oltre che la storia) dei media che più hanno caratterizzato il Novecento. Di quei mezzi di comunicazione che hanno “fatto la rivoluzione” si ha una conoscenza nel migliore dei casi superficiale. E si sa: se non hai gli strumenti per “dominare” un medium, inevitabilmente sarà quel medium a dominare te.

Un anticanone di resistenza

Nella seconda parte del libro Canova offre una sorta di anti-canone per sopravvivere a questa situazione di “anoressia culturale”. Sono quelli che l’autore chiama “Attrezzi democratici per fantasticare”. Canova fa quattro esempi, presi da quattro media diversi. Primo il fumetto, con un bel saggio su Tex. Da tempo chi scrive è convinto che il nome di Bonelli padre e figlio dovrebbero avere un posto di rilievo nella storia della produzione letteraria di questo Paese. Ci sono poi i libri di Scerbanenco, autore di noir fortunatamente sempre meno dimenticato, di cui Canova offre un’interessante “fenomenologia degli oggetti”.

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Da Scola a La Piovra

La carrellata si conclude con due saggi sulle immagini in movimento. La Tv, con una lettura “meta/mediale” di La Piovra. Ultimo “attrezzo democratico” è il cinema di Ettore Scola, col suo scavare a fondo dentro i meccanismi del genere (la commedia, il melodramma, la farsa). Scola ha la capacità di creare un cinema coltissimo e popolare allo stesso tempo. Un cinema che supera le contraddizioni del neorealismo (che per Canova è il prototipo dello snobismo elitario:ci sarebbe da discuterne a fondo) e arriva ad un realismo sincero e libero da griglie ideologiche e intellettualistiche.

Superare il conformismo dell’immaginario

Al di là degli esempi quello che a Canova interessa (ed è un tema importante) è il superamento del conformismo dell’immaginario; quel conformismo “algoritmico” (un cinema “medio” che piace allo spettatore medio) che ha livellato la nostra fame di immagini. Come si inseriscono film come Salò, Ultimo Tango a Parigi, o Totò che visse due volte (ma gli esempi sarebbero molti, e non solo nel cinema cosiddetto d’autore) in questi scenari? È ancora possibile un cinema “anticonformista” nell’epoca del “ti potrebbe piacere anche…” generato da un algoritmo? Insomma c’è ancora spazio per una intelligenza vera delle immagini, e quindi della realtà?

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