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Indro Montanelli e il cinema di Rinaldo Vignati – La recensione del libro

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Un saggio, edito da Mimesis, sul rapporto duraturo tra Indro Montanelli e il mondo del cinema.

Montanelli e il cinema
Rinaldo Vignati, Indro Montanelli e il cinema. Un contadino toscano candidato all’Oscar, Mimesis 2019

Il libro di Rinaldo Vignati indaga il rapporto tra Indro Montanelli e il cinema, e lo fa con grande accuratezza documentaria e rigore nella ricostruzione storiografica. Montanelli certo non è ricordato principalmente per la sua esperienza nel mondo della settima arte, ma dal libro emerge come le frequentazioni cinematografiche del giornalista furono lunghe e molto eterogenee.

Il Generale della Rovere e oltre

Montanelli fu infatti sceneggiatore di due pellicole minori vagamente “neorealiste” (Pian delle stelle e Tombolo); ma anche autore (scontento) de Il generale Della Rovere di De Sica, film che fu candidato all’Oscar. Fu regista (I sogni muoiono all’alba), autore di commenti di documentari e documentarista a sua volta. Parlò e discusse di cinema insieme a Longanesi, a Maccari, a Ennio Flaiano e a Curzio Malaparte (di progetti magari mai realizzati come quello, folle già a partire dal titolo gustosissimo: O Roma o Orte; e doveva essere proposto a René Clair…). Nel libro si trovano anche cose che non ti aspetti, come il film americano tratto da un suo racconto, diretto da Jacques Tourneur (il regista de Il bacio della pantera) e sceneggiato nientemeno che da John Fante.

Montanelli spettatore

Da giornalista scrisse molto di cinema, a volte obtorto collo e certe altre in maniera un po’ (diciamo così) “umorale”: la sua stroncatura di Ivan Il Terribile di Eisenstein non fa molto scalpore (va bene l’uso magistrale della profondità di campo ma era pur sempre un film commissionato da Stalin); ma la squalifica “da destra” de Il grande dittatore di Chaplin fa già più notizia. Anche se c’è di peggio: gli elogi a Africa addio si fa francamente fatica ancora oggi a digerirli. Ma fu anche molto lucido, ad esempio, nel riconoscere la grandezza di un film come Roma città aperta; o nel difendere La dolce vita dagli attacchi censori e moralisti. Oppure quando al festival di Venezia definì “piccolo capolavoro” Caccia al ladro di Alfred Hitchcock, mentre la critica militante lo snobbava, troppo impegnata col sovietico La cicala di Samson Samsonov, presentato lo stesso giorno.

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Bersagli polemici

Comunque di cinema non scrisse mai da “critico”. Né quando innescava polemiche, come quella contro un “neorealismo” di cui aveva un concetto abbastanza ampio (ma forse troppo vago: in sostanza tutto il cinema italiano degli anni Quaranta-Cinquanta); né quando cercava un taglio più moralistico (“L’Italia non ha mai trasudato tanto sesso, tanta volgarità, tanto sudiciume come il giorno ch’è rinata Cinecittà”, scriveva nel 1956). Ma in casi del genere forse il cinema c’entrava poco, e i bersagli erano politici più che estetici.

Cinema TV e giornalismo

Questi sono solo alcuni degli argomenti presenti nel saggio, tra cinema, televisione e giornalismo. Il cinema comunque, per Montanelli, si lega sempre all’attività di giornalista e rimane sempre attività marginale; ma forse, sostiene Vignati, aiuta a comprendere le molte contraddizioni dell’uomo e dell’intellettuale. La grande documentazione di questo studio è sicuramente molto utile per gettare nuova luce su questo protagonista del nostro Novecento e sulle molte sue contraddizioni; e anche ad aggiungere un piccolo tassello, in fondo non così periferico, alla storia del cinema italiano.

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