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Matteo Pericoli, Finestre su New York – La recensione del libro

Sessantatré visioni della Grande Mela di altrettanti newyorkesi illustrate da Matteo Pericoli: piccoli scorci e l’ampiezza di un romanzo (grafico). Edizioni Il Saggiatore

Matteo Pericoli, Finestre su New York. 63 visioni della Grande Mela, Il Saggiatore 2019

“New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”: dopo innumerevoli tentativi Isaac Davis ha trovato l’incipit del suo romanzo sulla città. È Manhattan, di Woody Allen, forse in assoluto il film più bello mai realizzato sulla Grande Mela. Quel personaggio cercava uno sguardo su New York che fosse il più personale possibile. Un filtro, insomma, una “finestra”, un passaggio che facesse emergere una rappresentazione interiore, e che cogliesse l’anima di un luogo. La costruzione di un paesaggio, insomma.

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New York dalla finestra

Le Finestre su New York di Matteo Pericoli percorrono una strada molto simile. Anche in questo caso si cerca di costruire dei paesaggi. Sessantatré visioni, di altrettanti newyorkesi, sessantatré sguardi da altrettante finestre sulla città. Sono chiamati in causa artisti, registi, musicisti, scrittori, filosofi, scienziati, ma anche chef, curatori museali, ballerini, e molto altro. Accanto al loro (letterale) “punto di vista” l’illustrazione di Matteo Pericoli, col suo stile inconfondibile, chiaro e lineare eppure straordinariamente ricco di dettagli. Nel suo tratto c’è la precisione dell’architetto e una semplicità da artista quasi zen. Insomma la rappresentazione interiore e quella esteriore fuse in un insieme di tratti di matita.

Un romanzo grafico

Il risultato è quello di un vero e proprio romanzo grafico, di cui le finestre costituiscono i veri capitoli; un libro dove le parole e le illustrazioni non sono in competizione, ma anzi si compenetrano, si fondono in un’idea unica. Gli sguardi sono su una sola città, ma i paesaggi dipinti (dalle parole e dalle immagini) sono sempre differenti. Ed è normale che sia così, perché è sempre lo sguardo che costruisce il paesaggio; lo sguardo è anzi la ragion d’essere del paesaggio, che diventa tale solo se viene guardato. La cornice della finestra (che molto spesso taglia la visuale, con le grate e gli altri elementi che geometrizzano l’interno della cornice) ritaglia una porzione di veduta che diventa necessariamente paesaggio interiore. Il telaio della finestra diventa così confine dell’inquadratura, fornendo un elemento in più al gioco della visione e della percezione. Sì, perché la questione è tutta di percezione più che di descrizione (è sempre così nella grande pittura di paesaggio); non tanto vedere cosa (o chi) c’è oltre la finestra, quanto piuttosto capire in che modo quella visione ha effetto sullo spettatore.

Visioni di una città

I personaggi coinvolti hanno approcci molto diversi a questo piccolo esperimento di percezione del paesaggio. David Byrne, ad esempio, nel guardare fuori dalla propria finestra cerca le finestre di fronte, alla ricerca di una reciprocità dello sguardo che la metropoli spesso impedisce. Il musicista Derek Bermel è straordinariamente poetico e “vede” i suoni del paesaggio che ha di fronte; una sinfonia urbana che inizia col tordo sull’albero che gli annuncia il mattino e finisce col silenzio della notte fonda. Ma New York è anche e soprattutto un mito, e osservarla significa fare i conti col suo portato simbolico, col suo essere un “teatro della memoria’ collettivo. Su questo è chiarissimo lo chef Mario Batali, che ragiona proprio sul mito della città, sulla sua anima pop di capitale culturale del XX Secolo. Insomma guardando fuori dalla finestra non  si può fare a meno di pensare a Pollock o a De Kooning, a Bob Dylan e ad Allen Ginsberg. Similmente, la regista Nora Ephron guarda uno degli edifici simbolo della città, il Chrysler Building, e lo annovera tra le sue fonti di ispirazione per il proprio lavoro. Philip Glass è apparentemente oggettivo (e minimale, ça va sans dire) ma coglie una delle anime della città: “Serbatoi d’acqua, condizionatori e tubi di scarico. L’infrastruttura di New York in bella vista. La adoro!”.

Le finestre sono storie

Da queste finestre viene fuori tutta la fortuna (e il privilegio) dell’essere newyorker: al di là della mitologia, resta la consapevolezza di affacciarsi su un paesaggio che è prima di tutto ideale; un archetipo culturale e la quintessenza dell’iconografia urbana pop. Ma New York non è una sola: è quella dei grattacieli (simbolo del capitalismo, e della sua crisi), ma anche quella dei caseggiati “che ti invitano con musica latina e grida allegre nella notte” (Gary Shteyngart). Ma c’è ancora di più. “Dobbiamo trattare le finestre come storie” scrive Colum McCann, che dalla sua finestra Newyorkese “vede” Sarajevo, Sydney, Dublino o San Pietroburgo (e davanti agli occhi ha solo una distesa dei classici brownstone di New York). Insomma tutt’altro che una finestra sul cortile (come dice giustamente Paul Goldberger nella prefazione): i giochi combinatori sono potenzialmente infiniti, perché (e questo è forse il senso ultimo di questo libro molto bello) il paesaggio è una costruzione personale, e la finestra che lo inquadra è una sorta di portale a doppio senso, verso l’interno e verso l’esterno.

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