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Il Joker di Joaquin Phoenix vince l’Oscar 2020: il viaggio “nell’odio che sorride”

Joaquin Phoenix è, da poche ore, un premio Oscar. Durante la cerimonia di domenica notte, l’attore di Joker ha alzato la statuetta come Miglior attore protagonista. Ripercorriamo insieme il viaggio di Arthur Fleck

Joker di Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix è, da poche ore, un premio Oscar. Durante la cerimonia di domenica notte, l’attore di Joker ha alzato la statuetta come Miglior attore protagonista. Battendo Adam Driver (Marriage Story), Jonathan Pryce (I due papi), Leonardo DiCaprio (C’era una volta … a Hollywood) e Antonio Banderas (Pain and Glory). Ma noi, in realtà, non ce ne meravigliamo. Per niente. E ritorniamo a parlarne. Ripercorrendo insieme il drammatico viaggio verso l’abisso di Arthur Fleck

L’ipnotico viaggio di Arthur Fleck

Non abbiamo assistito alla violenza compiuta da un personaggio, ma siamo stati noi stessi a compierla con lui, Arthur Fleck. L’ipnotico viaggio di un uomo verso la conquista della sua identità, apre gli occhi dello spettatore ad un nuova realtà. Una realtà dettata da un male necessario e logico contro un mondo dato rarefatto, violento di natura e illogico. Lo spettatore perde le coordinate di giudizio legate al valore del mondo e con esse se stesso. Si smarrisce nell’apparente lucidità malata del nostro eroe, si ammala mentre lui si cura.

Joker di Joaquin Phoenix

La violenza espressiva del film e la folle discesa spirituale del personaggio

In tale cammino emotivo dello spettatore risiede la violenza espressiva del film, la quale emerge in maniera forte dal contrasto con la dolcezza propria del modo in cui il personaggio ci accompagna nella sua folle e caotica discesa spirituale. Tale da dipingere nuovi confini della realtà del mondo. Tale da farci dimenticare il bene del mondo e finanche il mondo stesso.

La realtà che circonda la vita di Arthur manifesta i tratti di un incubo, grigia e rarefatta, sfondo opaco su cui i colori di una nuova dimensione del reale, la sua, si stagliano con forza, trasportandoci nel vortice della loro danza leggera, priva del peso della materia, il cui ritmo appare dettato dal tempo dell’inconscio. Eppure questa danza turba l’anima, i suoi colori cosi legati al nostro intimo e famigliare senso di bello, hanno il poter di starne fuori, acquisiscono una loro vita, ci sfuggono e nella loro meraviglia ci spaventano.

L’enigmatico sorriso di Arthur

Il sorriso stesso, espressione legata alla gioia del vivere, si deforma senza controllo sul volto del nostro eroe drammatico e proiettandone l’ombra della sua anima lo nutre di una forza distruttrice profonda, la sofferenza. Da tale opera distruttrice la realtà del mondo si sgretola in frammenti sparsi nel buio della sua coscienza, per ricostruirsi all’interno di una nuova struttura, una casa sicura, in cui la sofferenza si libera nell’odio che sorride. Il male diviene il protettore di tale odio e non si esaurisce nell’atto della sua violenza.

La trama personale della sua vita di dolore aspira a realizzarsi dell’universale, diviene il grido di battaglia di un uomo contro il mondo, la giustizia sembra macchiarsi della necessità del sangue, i principi cari alla nostra convenzione di bene sembrano essere scossi dalle fondamenta, il dubbio conquista lo spettatore, lo attiva.

La metamorfosi definitiva in Joker

Tuttavia nel momento in cui il nostro eroe realizza definitivamente il suo percorso identitario, quella casa sicura di cui la sua anima è schiava e padrona, chiude le sue porte allo spettatore; l’azione drammatica, dopo averlo accompagnato e coinvolto attivamente sul piano identificativo, lo abbandona. Torniamo a rivivere la nostra realtà, quella del mondo, ormai degradata però allo squallore della sua natura.

L’ultimo atto del cammino di Arthur Fleck dà vita al primo atto di una nuova identità, quella del Joker; espressione ultima di una realtà che lo spettatore non capirebbe, una battuta priva di senso.

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