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Cinque grandi capolavori di Martin Scorsese, sospesi tra realtà e immaginazione

Cinque grandi capolavori di Scorsese dove la realtà documenta l’immaginazione. Il classico presta i suoi contenuti al nuovo ma svuotati ed esasperati nella riproduzione iper-realistica di una realtà ormai molto lontana dal principio d’unità. Parliamo di Taxi driver, Quei bravi ragazzi, Casinò, Shutter Island e The wolf of Wall Street

Cinque grandi capolavori di Martin Scorsese dove la realtà documenta l’immaginazione. Il classico presta i suoi contenuti al nuovo ma svuotati ed esasperati nella riproduzione iper-realistica di una realtà ormai molto lontana dal principio d’unità. Parliamo di Taxi driver, Quei bravi ragazzi, Casinò, Shutter Island e The wolf of Wall Street.

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Taxi driver (1976) con Robert De Niro, Jodie Foster e Cybill Shepherd

Il cult cinematografico per eccellenza capace di segnare un’intera generazione porta ancora oggi la sua forte influenza nel mondo del cinema, eleggendosi a modello della cultura popolare. Nell’incontro infatti tra generi, il pastiche, il classicismo hollywoodiano respira insieme alla portata rivoluzionaria del nuovo influente cinema francese fine anni 50, la nouvelle vague. Il racconto dell’azione quindi intinge nella realtà ricreata il suo valore.

Quasi in chiave documentaristica esplora l’animo umano nel profondo, mettendone in luce i moti interni che lo agitano e lo ammalano. Ed è proprio la malattia dell’anima accompagnata da un nevrotico bisogno di bene, attraverso il male, ad essere restituita dall’iconico volto di Travis Bickle (Robert De Niro). La telecamera di Martin Scorsese non abbandona mai il suo divo, trascinandoci nel vivo del suo stato mentale. Sembrerebbe che il tassista più famoso di Hollywood riservi durante la sua folle corsa un posto d’eccezione per lo spettatore stesso.

Quei bravi ragazzi (1990) con Robert De Niro, Ray Liotta, Joe Pesci e Paul Sorvino

Quei bravi ragazzi è il film figlio diretto e legittimo della ricerca registica legata all’analisi antropologica delle dinamiche umane in relazione al male. Un male violento che anima i rapporti interi ed esterni tra i membri di un gruppo criminale organizzato, quello delle piccole mafie anni 50 attive nei quartieri bassi di New York. Un lavoro corale in cui la marcata rappresentazione dei caratteri è funzionale alla progettazione di un sistema sociale dinamico e vivo, se pur delinquenziale, protagonista assoluto del film. Qui incontriamo il volto di Tommy DeVito (Joe Pesci) a fianco a quello di James Conwey (Robert de Niro), Henry Hill (Ray Liotta) e Paul Cicero (Paul Sorvino). Artefici di una violenza che segna il racconto e ne costituisce la fittissima punteggiatura

Un ritmo visivo quindi velocissimo e scorrevole a sostegno del quale interviene la sceneggiatura con l’esasperata nevrosi dei suoi dialoghi serrati e sovrapposti. Se la realtà da rappresentare possiede i tratti di una tragedia, il cinema di Scorsese la trasforma in commedia, se pur nera. La spoglia infatti dal peso della moralità per restituirla crudelmente realistica e allo stesso tempo tragicamente divertente. Assistiamo alla teatralizzazione simbolica del crimine in maschera.

Casinò (1995) con Robert De Niro, Joe Pesci e Sharon Stone

Seguendo la tradizione filmica inaugurata da “Quei bravi ragazzi”, Martin Scorsese firma un nuovo capolavoro cinematografico legato al crimine. Qui la storia segue le vicende delinquenziali che precedono la costruzione di Las Vegas per come la conosciamo. La patria dell’azzardo poggia le sue fondamenta sui cadaveri sotterrati, sulla violenza bestiale e primitiva, sulla caotica logica del male umano. A testimonianza del vuoto dell’odio interviene una regia, che grazie all’estrema forza visiva della messa in scena, non lascia spazio alla riflessione morale. Un attacco quindi diretto allo spettatore nell’intimità del suo giudizio etico.

Ricordandoci come la sana e pulita razionalità umana non possa essere libera dall’illogica insensatezza del male. Nicky Santoro (Joe pesci), attraverso la comicità aggressiva della sua fisionomia, interpreta tale condizione della natura umana. Ecco quindi la realizzazione del vitale contrasto, quello del confronto diretto con l’irrealizzabile ragionevolezza incarnata da Sam Rothstein (Robert De Niro).

Shutter Island (2010) con Leonardo DiCaprio, Ben Kingsley, Mark Ruffalo e Michelle Williams

Il mistero, la paura, la follia, nonché l’angoscia estrema vivono nell’innocenza costruita dalla mente di Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio). Questo, un detective in servizio, conduce le sue indagini su un caso avvenuto su un isola riservata esclusivamente ad una struttura di cura per la mente.

Tuttavia il mondo che qui lo accoglierà, inizialmente a lui altero e lontano, si trasformerà nel profondo buio della sua prigione: da osservatore esterno a paziente della struttura. Attraverso un disegno registico capace di intrappolare lo sguardo spettatoriale nella degenerazione della sua trama convulsa, smarriamo gradualmente insieme a Teddy le coordinate del reale. Una caduta libera quindi verso l’ignoto celato, tale da far sprofondare la ragione nelle più profonde leghe abbissiche della coscienza, ma senza mai toccare il fondo. Infatti il finale del film da il benvenuto al mistero ancor più che l’inizio.

The wolf of Wall Street (2014) con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill e Margot Robbie

Tratto apertamente dall’omonimo romanza autobiografico di Jordan Belfort, il suo “diario di bordo” scritto in seguito alla sua carcerazione nel 1996, su consiglio in prigione di Tommy Chong. Scorsese da volto cinematografico, quello di Leonardo DiCaprio, al broker-leader la cui attività illecita finanziaria creò un impero di speculazione negli anni 80, dopo la crisi di borsa del lunedì nero. L’ascesa della sua carriera e la sua fine costituiscono i capitoli di un avventura. Quella appunto di un uomo le cui ambizioni conquistarono il mondo e la sua vita, realizzata quanto distrutta.

Uno spaccato sulla vita dei gruppi finanziari che restituisce magnificamente una realtà chiassosa priva di controllo. Qui gli eccessi diventano parte integrante dello stile animalesco della conquista, del potere sul mondo ma ancor prima su se stessi. Questo attraverso un procedimento filmico basato sul rapporto dialettico della costruzione con la distruzione, del tutto con il nulla. Nella brillante prova recitativa di DiCaprio tale incessante dialogo esistenziale trova il suo spazio, la sua immagine. Una dimostrazione di come recitare rivolta all’intero mondo dello spettacolo che forse avrebbe meritato, più di ogni altra sua interpretazione, il grande premio.

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