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Intervista a Solomostry, street artist con la passione per le creature inquietanti

Last Updated on 24/11/2022

Solomostry nasce intorno al 2007, in un club techno a Milano dove ho incominciato a fare allestimenti di grosso formato per questo tipo di serate. All’epoca facevo graffiti e, quando mi sono messo a fare allestimenti, ho deciso di utilizzare dei mostri come principale soggetto delle mie scenografie…”

I mostri esistono? Dove vivono? Come vivono? Con queste domande (e molte altre) in testa ho deciso di incontrare lo street artist milanese Solomostry ospite, insieme a molte delle sue mostruose opere, della Wunderkammern Gallery di Roma. Si sa, ai mostri non piace molto parlare ma ciò nonostante siamo riusciti a fargli qualche domanda. Che crediate ai mostri o meno ecco quello che ci ha raccontato.

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Per chi ancora non ti conosce, ti va di presentarti e dire chi sei e cosa fai?

Mi chiamo Edo, ma lavoro come artista sotto lo pseudonimo di Solomostry.

Partiamo dalle origini. Raccontaci la scelta del tuo nome e la decisione di fare l’artista.

Solomostry nasce intorno al 2007, in un club techno a Milano dove ho incominciato a fare allestimenti di grosso formato per questo tipo di serate. All’epoca facevo graffiti e, quando mi sono messo a fare allestimenti, ho deciso di utilizzare dei mostri come principale soggetto delle mie scenografie. Da quel momento ho iniziato a far scrivere sui flyer delle serate questo nome: Solomostry. Ho quindi deciso di abbandonare le lettere come soggetti e ho portato avanti i miei mostri. 

Vorrei aprire una parantesi sul mondo dei graffiti che, a mio parere, anche se si tratta di un movimento artistico a sé stante, è comunque imprescindibile dalla street art. Tu che cosa pensi dei graffiti? Mi dicono che hai un passato da writer.

Sì, come ti raccontavo poco fa, facevo lettere prima dei mostri, ed è giusto dire che i graffiti sono un movimento a sé stante. Credo che i graffiti debbano stare in strada, anche perché è un movimento chiuso e per soli addetti dei lavori. Non c’è dubbio che le persone vedono i graffiti ma, senza averli vissuti in prima persona, è difficile poterli capire e classificare. Anzi forse non sono neanche da classificare. 

Dal tuo esordio ad oggi, che cosa è cambiato nel mondo della street art? E, più in generale, nel mondo dell’arte contemporanea?

Credo che la street art sia un macro contenitore di tante cose. Rispetto a quando l’ho conosciuta io, adesso ci sono mille filoni differenti. 

Senza indugiare ulteriormente, eccoci arrivati alla fatidica domanda: che cos’è per te la Street Art? So bene quanto sia difficile definire un movimento artistico come questo e anzi, sono quasi certo che ognuno di noi abbia la sua propria personale definizione di street art. Siamo curiosi di ascoltare la tua.

La faccio facile, per me la street art è tutto quello che sta in strada e i cui soggetti non sono lettere. 

Solomostry di cosa ha paura? La domanda è d’obbligo dato che i mostri sono creati per fare paura.

Solomostry non ha paura di niente, siamo in tanti e ci facciamo forza a vicenda. L’avanzata non si ferma!
I mostri non sono fatti per far paura, sono le esternazioni delle emozioni più nascoste di ogni uno di noi. 

C’è un mostro, tra i tanti che hai prodotto nelle tue opere, a cui sei particolarmente legato?

Il mio logo, ovvero il primo mostro che ho messo su tela. 

I tuoi mostri sono composti principalmente da linee. Raccontaci il perché di questa scelta artistica che è alla base della produzione e della tua arte.

Perché la linea è lo scheletro di qualunque disegno. Nei graffiti, ad esempio, la linea compone la tag. La mia ricerca artistica è sulla linea che deve essere d’impatto e solida, volta a costruire figure autonome e autosufficienti.

Vuoi raccontarci un aneddoto divertente/starno/bizzarro/assurdo che ti è capitato mentre dipingevi in strada?

Ne ho uno su quando ho inziato a far girare un po’ di maglie. Solitamente la domenica mattina gli amici mi chiamavano dicendo che mi avevano visto ballare in qualche club, erano contrariati perché non li avevo avvisati della mia presenza ma, in realtà, era qualcuno che indossava una mia maglia e non io! Questa cosa succede sempre più spesso essendoci in giro molte più t-shirt di prima. 

Sempre più spesso anche i grandi brand si rivolgono agli street artist per realizzare dei murales/pubblicità. Tu cosa pensi al riguardo?

Penso che ogni artista sia libero di utilizzare la sua arte per campare come meglio crede. Anch’io lavoro con i brand ma, non disegnando figurativo, mi viene difficile costruire una murata con i miei mostri per pubblicizzare un prodotto. 

Ti faccio questa domanda anche perché vivendo e lavorando a Milano avrai sicuramente visto che le pubblicità realizzate con murales sono aumentate esponenzialmente negli ultimi anni. Quindi ti chiedo anche: tu che rapporto hai con la città di Milano?

Milano è casa. Ho cercato più volte di andarmene, ho vissuto a Barcellona e Berlino ma Milano mi ha sempre richiamato a sé e ora ne vado orgoglioso e spero di portarla avanti anche con il mio lavoro. 

 Ci sono delle differenze tra il tuo lavoro in strada e quello in studio? Se sì, quali?

Totalmente. In strada mi diverto senza limiti, in studio ragiono e cerco di ricercare e spingermi verso tecniche e materiali nuovi che non potrei usare in strada. 

Per te è più divertente preparare una mostra oppure preferisci dipingere in strada?

Sono cose completamente diverse. Mi diverto molto a cambiare completamente uno spazio, forse anche di più che dipingere per strada, ma allo stesso tempo mi affascina molto anche appropriarmi di posti in strada e dargli un’altra chiave di lettura. 

Sempre più spesso gallerie e spazi espositivi realizzano mostre che hanno come focus la street art. Tu che idea ti sei fatto della questione?

Credo che servirebbe più spazio per questo movimento ma in maniera ragionata, studiata e anche meritata verso artisti che spesso non trovano opportunità perché arrivano dalla strada.

Raccontaci brevemente, senza spoilerare troppo, della tua mostra, in questi giorni, presso la Wunderkammern Gallery di Roma.

La mostra è aperta fino al 26 novembre, il focus è il segno delle persone nel tempo. Se non sei ancora andato, vai a lasciare il tuo segno. 

Dopo questa esposizione a Roma dove ti porterà la tua arte? Che progetti ci sono in cantiere?

Ho tanti progetti in cantiere, ma preferisco aspettare a parlarne. Mi piacerebbe che parlino i mostri a tempo debito. 

C’è un sogno nel cassetto che ancora non hai avuto modo di realizzare? Raccontaci tutto. 

Arrivando dal mondo della techno uno dei miei sogni è progettare un intero palco per qualche festival di questo genere musicale in Olanda o Germania. 

Adesso ti lascio totale libertà, so che ti piace, per dire qualcosa a tutti quelli che stanno leggendo questa intervista. A te la parola Solomostry!

Non ho molto da dire. Spero di essere un esempio per ragazzi giovani che vogliono fare la mia stessa carriera. Non bisogna arrendersi e andate avanti a testa bassa. 

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