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#Iorestoacasa (9) – 7 film per cinefili degli Anni Sessanta, da Blow-up a Easy rider

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Prosegue, in questi giorni di quarantena, il nostro viaggio nella storia del cinema. Sette i film degli anni Sessanta da recuperare: 8 e mezzo, Il buono, il brutto e il cattivo, Tre passi nel delirio, Easy rider, Fino all’ultimo respiro, Blow-up, La notte dei morti viventi

8 e mezzo, Il buono, il brutto e il cattivo, Tre passi nel delirio, Easy rider, Fino all’ultimo respiro, Blow-up, La notte dei morti viventi

In questi giorni di “riposo forzato” si continuano a percorrere i decenni grazie ai capolavori del cinema. Si procede con gli anni Sessanta, con sette film da recuperare: 8 e mezzo, Il buono, il brutto e il cattivo, Tre passi nel delirio, Easy rider, Fino all’ultimo respiro, Blow-up, La notte dei morti viventi.

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8 e mezzo di Federico Fellini

8 e mezzo, Il film metacinematografico di Federico Fellini, realizza l’unità della vita attraverso la sua stessa scomposizione. Guido (Marcello Mastroianni) regista di un film che non riesce a mettere in scena, aperto riferimento autobiografico, è l’uomo che cerca invano l’ordine nel caos vitale dell’esistenza. Questo è il mondo che vuole mostrare ma che tuttavia non si piega alla visione unica di chi lo immagina. Non essendo infatti definibile né concettualizzabile, non resta che lasciarlo libero alla vitale magia della sua esistenza.

Qui Fellini raggiunge l’apice della sua carriera. Ecco che i tratti del sogno e della memoria scorrono come sangue all’interno di un solo corpo in vita: Il grande spettacolo. Basta ricordare la dimensione di meraviglia che il finale suscita per comprendere il genio felliniano. Un girotondo in cui i personaggi, tenendosi per mano, compiono l’irrealizzabile: L’unità della rappresentazione incompiuta. Dunque la non messa in scena dell’esistenza; la sua presentazione e non la rappresentazione.

Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone

Ultimo film della trilogia del dollaro di Sergio Leone. Simbolo di un cinema il cui valore comunicativo è affidato all’immagine, all’azione prima della parola. Come recita il brutto nel duello finale” Quando si spara si spara”. È quindi pura poesia cinematografica perché libera di esprimersi in tutta la sua nudità espressiva, in sintonia empatica con la musica. Quella del maestro Ennio Morricone è infatti il valore aggiunto della poetica dell’immagine, capace di far risuonare il potere dello sguardo e quello dell’orizzonte.

Celebre il duello finale tra i tre: il buono, detto il biondo, il brutto, Tuco, e il cattivo, Sentenza (rispettivamente Clint Eastwood, Eli Wallach e Lee Van Cleef). Qui la logica estetica del cinema di Leone produce il suo senso. Il solo raccordo di sguardi nella loro immobilità è in grado di realizzare il più grande moto di tensione. Ristrutturando così Le coordinate spazio-temporali, lo spazio si restringe e il tempo si dilata. Un ritmo sincopato dalla musica che dà vestitura sonora ai tempi dell’attesa, esasperandogli. Lo spettatore sembra poter tagliare con un coltello questa tensione visiva.

Tre passi nel delirio di Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini

Tre passi nel delirio di Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini. Dai “racconti straordinari” di Edgar Alan Poe, tre visioni di grandi autori firmano rispettivamente la messa in scena di tre storie. Dando vita così ad un horror all’insegna del surreale, che ricorda da vicino la follia metafisica di Luis Bunuel. La delicatezza della fiaba si fonde con l’inconscio umano, nella sua dimensione più misteriosa e violenta. Infatti Il delirio in cui i personaggi vivono è il dramma della scissione della loro anima. Lo scontro tra io ed es distrugge dunque la stabilità dell’esistenza conducendo i personaggi verso l’unica e necessaria fine possibile: La morte. Questa è la soluzione tragicamente necessaria attraverso cui l’anima ritrova la sua unità.

Il film articola i suoi capitoli dalla fiaba d’amore della contessa Frederica, ricca quanto perversa aristocratica interpretata da una bellissima Jane Fonda; Passando per la storia del cinico e violento Wiliam Wilson (Alain Delon), il cui dramma è legato apertamente alla scissione dell’ego; Fino alla folle e nevrotica corsa mortale in auto dell’attore luciferino Toby Dammit (Terence Stamp). Il volto di Toby, nella suo essere “disperatamente felice”, rievoca quello del Joker di Todd Phillips. Un film il cui magnetismo strega lo sguardo spettatoriale inquinando il piano della realtà con quello dell’immaginazione allucinante dell’inconscio. L’ultimo capitolo firmato da Fellini consacra e raddoppia questa condizione attraverso il gioco semantico messo in scena tra vita e cinema.

Easy rider di Dennis Hopper

Easy rider di Dennis Hopper, il road movie che ha fatto la storia del genere. Billy e Wyatt (Dennis Hopper e Peter Fonda) in sella ai loro chopper sfrecciano lungo la strada delle disillusioni del sogno americano. Il viaggio americano dalla California alla Florida verso New Orleans, scandito dal ritmo delle musiche di Hendrix, di Steppenwolf e dei The Birds, documenta la contro cultura degli anni 60. Tuttavia ne attesta anche la fine, la sua irrealizzabilità. La tragica fine infatti sembra diventare metafora storica di tale fallimento. Un film cult da rivedere che ha segnato con la sua iconicità una generazione. Grazie ad una sceneggiatura sporca accompagnata da un movimento in camera discontinuo e spezzato il film restituisce il valore della sincerità. Quella di una realtà che non riesce a definirsi.

Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard

La libertà romantica dei nuovi soggetti metropolitani si afferma nel panorama cinematografico delle Nouvelle Vouges internazionali: fino all’ultimo respiro, il film noir di Godard, ne rappresenta appunto il manifesto. La conflittualità strutturale in cui si articola il testo insieme alla sua anfibolica messa in scena ne conferisce la ricchezza e la profondità. Godard dunque non risponde alle leggi del cinema classico. Questo lo dimostra infatti l’assenza, nei raccordi di sguardo, dell’estabilishing shot e l’uso dei jumps cuts.

Così che L’aggressività della messa in scena e l’eccessività dell’esibizionismo recitativo distruggono la continuità classica. La trasparenza della rappresentazione è quindi alternata alla sua opacità. Basti ricordare l’iconico gesto di Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) in cui passa il dito sopra il labro compiendo un esplicito riferimento ad Humphrey Bogart. O ancora il monologo nella seconda sequenza in cui Michel chiama in scena lo spettatore. Rivolgendo un rivoluzionario sguardo in macchina, rompe così lo statuto di verosomiglianza del cinema narrativo.

Blow-up di Michelangelo Antonioni

Con Blow-up Michelangelo Antonioni prosegue e sviluppa le tematiche care al suo cinema, come quella dell’illusorietà dello sguardo e l’ineffabilità del reale. La storia del fotografo Thomas, interpretato da David Hemmings, alterna le fasi della narrazione con la dinamica interna confusa del suo punto di vista. Questo a discapito quindi della linearità narrativa. Il senso, o meglio la ricerca del senso, è affidato alla carica espressiva dell’immagine. Un testo filmico ermetico, fedele alla migliore tradizione registica di Antonioni, in cui la non comprensione, il dubbio circolare, invade la logica del reale. Le stesse sicurezze del protagonista sono vittime dell’incertezza. Il potere del dispositivo cinematografico, cosi come di quello fotografico, non fa chiarezza ma dilata tecnologicamente il dubbio.

La notte dei morti viventi di George A. Romero

La notte dei morti viventi di George A. Romero, Il primo film d’autore che proclama il genere dell’horror-gore. I bassi costi di produzione, i temi e le sequenze fuori dagli schemi di vendita hollywoodiani uniti alla carica politica di denuncia, nascosta dietro l’esagerazione dei massacri “zombie”, ne fanno un cult assoluto. Romero mette in scena attraverso la sua macabra visionarietà il cinema dell’eccesso. Inoltre dà vita ad una nuova creatura nell’immaginario cinematografico: lo zombie. Essere che raddoppia metaforicamente, in chiave sociale, l’essere umano. Una sua brutta copia quindi con il quale condivide, se pur sotto di forma di caricatura, la violenza della sua natura. Dunque l’uomo che mangia l’uomo è il risultato ultimo non di un virus ma del contemporaneo sistema sociale e politico.

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