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Cinque grandi film di Terry Gilliam tra magia e visionarietà

Last Updated on 03/02/2021

Cinque film dalla mente di Terry Gilliam le cui immagini hanno offerto alla percezione sensibile la magia dell’irreale, l’universo dell’invisibile. Un viaggio tra le alterazioni della realtà che ha condotto lo sguardo verso la delirante poetica della visionarietà. Parliamo di Parnassus, The zero Theorem, L’esercito delle 12 scimmie, Paura e delirio a Las Vegas e Brazil…

Cinque film dalla mente di Terry Gilliam le cui immagini hanno offerto alla percezione sensibile la magia dell’irreale, l’universo dell’invisibile. Un viaggio tra le alterazioni della realtà che ha condotto lo sguardo verso la delirante poetica della visionarietà.

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Parnassus (2009) con Heath Ledger, Lily Cole, Johnny Depp, Jude Law e Collin Farrell

Parnassus, un fantastico racconto che incarna la dimensione del sogno attraverso la magia dell’illusione ed i suoi trucchi. T.g. conduce cosi l’irreale oltre i confini dell’immaginario proiettandolo sulla realtà dell’immagine; il risultato che emerge da tale incontro è la poesia della visionarietà. Tema caro alla poetica di Gilliam costituisce il nucleo rappresentativo di un reale stregato e trasformato, perchè sospeso in un tempo e in uno spazio che non esiste. Dallo spettacolo itinerante messo in scena da un gruppo di teatranti della strada, alle porte della magia.

Un passaggio tra la dimensione terrena e quella sovrannaturale sigillato dall’elemento simbolico-magico dello specchio. Attraverso il quale quindi l’uomo accede al fantastico regno dell’invisibile. Lì dove incontra l’oggettivizzazione massima e allucinante della propria soggettività: Cosi che le ombre segrete che accompagnano l’identità dei personaggi acquisiscono qui volto ed autonomia. Fantasmagoriche le metamorfosi che coinvolgono i corpi e le forme all’interno di tale dimensione magica, dove tutto partecipa della fluida liquidità eterna che risiede oltre la vita.

The zero Theorem – Tutto è vanità (2013) con Christoph Waltz, Mélanie Thierry e David Thewlis

“The zero Theorem” Un film fantascientifico in cui l’elemento tecnologico realizza la surreale transazione dell’immaginazione nella realtà. Un omaggio al dispositivo cinematografico quindi in seno alle sue potenzialità tecniche che hanno permesso l’oggettivizzazione dell’irreale. Il film ci introduce in un futuro distopico in cui è la macchina a comandare l’uomo con i suoi ordini. Ogni espressione legata all’umanità intraprende così la strada della meccanicizzazione.

Da qui deriva quindi una totale disumanizzazione dell’uomo e di contro un’umanizzazione dell’inanimato meccanico. Così da realizzare la radicale trasformazione della visione, prodotta tecnologicamente, in sentimento umano. Dunque, grazie alle qualità del mezzo tecnologico, il protagonista Qohen Leth (Christoph Waltz), cellula del corpo meccanico per cui compie il suo lavoro, entrerà in contatto percettivo ed emozionale con l’irreale. Ecco quindi come l’amore per Bainsley (Mélanie Thierry) ospiterà le sue visioni artificiali trasformandole in realtà. Una piccola oasi umana di felicità lontana però della vita.

L’esercito delle 12 scimmie (1995) con Bruce Willis, Brad Pitt e Madeleine Stowe

Dalla capacità magica della tecnologia di oggettivizzare il soggettivo e l’immaginario a quella della mente in seno alla sua facoltà di allucinarsi. Il delirio infatti diviene qui la componente attraverso cui l’immaginazione incontra la realtà. Una visione del mondo animata dalle rappresentazioni della mente la cui immaterialità muta attraverso il potere delle immagini, in concretezza percettiva. Gilliam porta lo spettatore quindi nel cuore della visionarietà del folle, nella allucinante realtà del suo incubo.

Quella di James Cole (Bruce Willis) un detenuto mandato indietro nel tempo per salvare l’umanità da una pandemia che scatenatasi nel 1996 l’ha decimata. Da una realtà futura e distopica quindi, siamo nel 2035, al passato; seguendo così una linea di continuità spazio-temporale che riflette il movimento ideale dell’irreale. Ogni elemento della rappresentazione concorre infatti alla realizzazione vivida di questa dimensione. Articolandone cosi la struttura che acquisisce la forma e il corpo della visionarietà. Di grande effetto surrealizzante infatti le architetture, realizzate sotto l’influenza dell’opera dell’architetto Lebbeus Woods.

Paura e delirio a Las Vegas (1998) Con Johnny Depp, Benicio del Toro e Tobey Maguire

T. Gilliam porta ancora in scena il gusto del surreale, ma ossessionandolo ed esagerandolo al ritmo delle allucinazioni più deliranti della mente. Da qui un esercizio stilistico in cui tutti i trucchi e le tecniche dell’immagine cinematografica confluiscono alla realizzazione spettacolare del soggettivo. Una degenerazione ipnotica dei sensi in cui lo spettatore è letteralmente immerso. Infatti sono gli effetti della droga qui la chiave attraverso cui Gilliam trasforma la realtà oggettiva. Attraverso quindi l’uso esasperato della soggettiva partecipiamo sensibilmente dell’esperienza visiva che travolge le percezioni del reale. Così che tra la violenza delle luci riflesse nella profondità plastica della materia alla smaterializzazione metamorfica di questa nei corpi della visionarietà, assistiamo al grottesco universo dell’alterazione.

Brazil (1985) con Jonathan Pryce, Kim Greist e Michael Palin

Ispirato a 1984 di Orwell, Gilliam traduce la realtà della dittatura attraverso le immagini mentali figlie della follia dell’assurdo. Quelle generate dalla mente dello sfortunato Sam Lowry (Jonathan Pryce), addetto agli archivi del dipartimento informazioni. Membro quindi funzionale al regolamento di una società organizzata secondo la struttura della dittatura, quindi quella della chiusura. Un ordine articolato dal ritmo disumano della meccanicizzazione sistematica dei rapporti e delle relazioni all’interno di un sistema piatto e oppressivo. L’arte espressiva di Gilliam consiste qui nella trasposizione del sentimento umano nella rappresentazione dell’ambiente esterno. Infatti questo acquisisce i tratti della dimensione interiore di chi lo vive. Lo spazio diviene così una prigione claustrofobica ed opprimente; proiezione dell’esistenza umana e della sua condizione.

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