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La grande letteratura in pillole: Tingeltangel di Karl Valentin

Karl Valentin scrive atti unici, dialoghi e monologhi nei quali riesce a descrivere il quotidiano, ciò che accade alle persone ma in un modo del tutto assurdo, dove i suoi personaggi ripetono le stesse situazioni surreali…

Valentin Ludwig Fey nasce nel 1882 alla periferia di Monaco, nel sobborgo di Au. Il padre, che possiede una piccola ditta di spedizioni, vuole che diventi falegname ma Valentin, attratto dal varietà, nel 1902 frequenta una scuola di varietà a Monaco e viene scritturato da una compagnia di Norimberga. Sempre in quell’anno muore il padre e Valentin deve occuparsi della ditta paterna. Non rinuncia alla sua passione e comincia a costruire l’orchestrion – una sua invenzione – uno strumento musicale composto da più strumenti. Nel 1906 vende la ditta e gira i circhi della Germania con l’orchestrion e con lo pseudonimo di Charles Fey ma è un insuccesso. Torna a Monaco e scrive dei monologhi che recita in alcune locande. Nel 1908 inizia il suo successo: viene scritturato dal padrone della Singspielhalle del Frankfurter Hof e cambia il nome in Karl Valentin. Dal 1911 collabora con Liesl Karlstadt, nome d’arte di Elizabeth Wellano, che sarà sua allieva, sua collaboratrice ai testi e attrice. Gireranno dei film, sia cortometraggi sia lungometraggi, e continueranno ad esibirsi nei locali di Monaco.

Monologhi, sceneggiature e cinema

Collabora con Brecht alla sceneggiatura di Mysterien eines Frisiersalons, che interpreta con la Karlstadt. Valentin avrà un suo teatro, la Goethesaal, che chiuderà poco dopo e un locale, la Ritterspelunke. Nel 1941 ha il divieto di lavorare nel cinema, perché i tedeschi dicono che tende a rappresentare la miseria, quindi costruisce oggetti di uso domestico che poi vende. Scrive sempre ma non appare più sul palcoscenico. Predisposto alla depressione e alla malinconia, con la guerra diventa misantropo. Dopo la guerra, incide dialoghi e monologhi per la Bayerische Rundfunk. Nel 1948 si ammala e muore per una broncopolmonite.

Valentin scrive atti unici, dialoghi e monologhi nei quali riesce a descrivere il quotidiano, ciò che accade alle persone ma in un modo del tutto assurdo

Karl Valentin scrive atti unici, dialoghi e monologhi nei quali riesce a descrivere il quotidiano, ciò che accade alle persone ma in un modo del tutto assurdo, dove i suoi personaggi ripetono le stesse situazioni surreali. Nei monologhi troviamo un susseguirsi di atti surrealistici, come quando descrive eventi dove si ha a che fare con gli oggetti come ne L’acquario e Il bottone del colletto e le lancette dell’orologio, quando si ripete più volte come in Lettera d’amore, o quando scrive una lettera surreale ne Lettera alla figlia Bertl. Anche nei dialoghi, Valentin descrive il quotidiano ma in un modo del tutto surreale. In Dove sono i miei occhiali? o in La lepre arrosto assistiamo all’assurda conversazione di una coppia, mentre in Conversazione interessante il dialogo tra due persone può ricominciare da capo e andare avanti all’infinito.

Valentin descrive il quotidiano ma in un modo del tutto surreale

Nelle scene – gli atti unici – il comportamento dei personaggi diventa eccentrico e assurdo, come in Andare a teatro dove racconta di una coppia che deve uscire per andare a teatro, con dei biglietti regalati da una vicina, e assistiamo ad una surreale lettera scritta al figlio per avvisarlo che non avrebbe trovato i genitori al suo arrivo e di scaldarsi la cena, alle varie disavventure per prepararsi prima di uscire fino all’esilarante epilogo. In Tingeltangel racconta la parodia di uno spettacolo: succedono diverse peripezie e alla fine cala il sipario su un’orchestra sfinita.

Le parole del drammaturgo Bertolt Brecht

Per il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: «Lui stesso è una battuta di spirito. Quell’uomo è davvero un’autentica, complessa freddura. Possiede una comicità del tutto asciutta, interiore, di fronte alla quale si può fumare e bere ed essere scossi da un’incessante risata interiore, che non ha nulla di particolarmente bonario: giacché si tratta dell’inerzia della materia, dei più sottili godimenti che mai si possano suscitare. Viene messa in chiaro l’inadeguatezza di tutte le cose, compresi noi stessi».

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