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“Philip K. Dick” La recensione del libro di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini

“Philip K Dick. Tossine metaboliche e complessi illusori prevalenti”, edito da Mimesis, ripercorre le opere dello scrittore americano, alla ricerca di nuovi sentieri critici…

È ricco di spunti “Philip K Dick. Tossine metaboliche e complessi illusori prevalenti”, edito da Mimesis. Già  nelle prime pagine Fambrini introduce alcune categorie chiave, e in particolare quella di “dickismo”. Lo fa in un parallelo con Kafka e il kafkismo, ed è definito come la “sovrapposizione al reale di trame deliranti che hanno il loro principio in una visione paranoica del mondo”. E in effetti non è nuova questa lettura dello scrittore statunitense come l’ultimo d’una lunga tradizione di autori che hanno scomposto il presente cercando di rivelarne il delirio di fondo. Come Kafka, Dick è un entomologo della realtà, la guarda con freddo distacco, lasciando emergere il non senso. E lo fa sia nei romanzi di fantascienza che in quelli “realisti”, che si concentrano sullo smantellamento di un “american dream” irrealizzabile.

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Dick Scrittore

Ma è ovviamente con i romanzi di fantascienza che Dick trova la sua voce vera; dagli esordi “orwelliani” in cui sono raccontati scenari tra incubo atomico e mondi coercitivi dominati dalla paranoia fino alle prove mature, a quella fantascienza metafisica che sarà il marchio di fabbrica di Dick. Carducci nel capitolo su “Dick scrittore” ripercorre tutta la parabola artistica dell’autore. Il punto di svolta è, ovviamente, The man in the high Castle (di recente si è visto anche in un adattamento televisivo). L’unica ucronia dickiana apre la strada alla produzione “maggiore” degli anni Sessanta e Settanta. Del libro di analizzano pregi e difetti, senza sottostare all’intoccabilità del “cult”. Da lì in poi, però, fino ai libri della (pseudo-)trilogia di VALIS, la produzione dello scrittore sarà qualitativamente sempre migliore.

La fantascienza e la metafora

Nota giustamente Carducci che quella di Dick è una fantascienza in cui la metafora conta più dell’ambientazione; dove l’elaborazione metaforica del presente ha maggiore rilievo del “gadget” futuristico o della descrizione del mondo di domani. Sembra spesso un canovaccio da commedia dell’arte, in cui però ci sono interpretazioni a chiave che svelano le contraddizioni dell’esistenza. Questa forse è la vera grandezza di Dick e del suo pulp filosofico. “A Dick non interessa la tecnica” nota Carducci, bensì “l’androide come metafora”. E ancora: “Dick si prende gioco della SF […] in modo tale da renderla neutra, un fondale, un accessorio divertente”. Perché il discorso vero è un altro; è il conflitto tra vero e falso, tra realtà e finzione, tra verità e illusione. E in questo Dick è stato un maestro al di là e oltre la fantascienza. Ma questo non travi il lettore: Dick è sì “filosofico” ma resta uno scrittore di romanzi.

Philip K Dick: nuovi percorsi critici

Fambrini, nel suo saggio molto denso, “Un vento dal nord”, analizza la produzione non fantascientifica dello scrittore. E inoltre mette in campo una analisi intertestuale, esterna al genere fantascientifico; in particolare analizza i rapporti tra lo scrittore la letteratura del Nord Europa. E lo fa mettendo in relazione le opere di Dick come quelle di un autore lontanissimo dalla fantascienza come Strindberg; oppure analizzando i debiti dickiani di uno scrittore come Lars Gustafson. Chiude il libro un dialogo tra i due autori che cerca di “tirare le fila” sull’autore, soffermandosi sul superamento della mitologia legata al suo nome (Dick “maestro” e “profeta”); e sulla necessità tornare allo scrittore “puro”, per meglio comprenderlo e interpretarlo.

Scheda del libro

Titolo: Philip K Dick. Tossine metaboliche e complessi illusori prevalenti
Autore: Stefano Carducci e Alessandro Fambrini
Editore: Mimesis
Anno: 2021
Pagine: 128
ISBN:  9788857575025
Prezzo: 12 euro.

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