Skip to content

Intervista a Stoker, il fantasma della street art nella Città eterna

Last Updated on 14/04/2021

Un fantasma si aggira per Roma. Affisso sulle pareti, appiccicato un po’ ovunque, scruta, urlante e sofferente, il frenetico passaggio dei cittadini della Capitale. Così, indossati i panni di cacciatori di fantasmi, abbiamo voluto incontrare Stoker, il creatore di questo spettro di strada, per farci raccontare un po’ di storie. Ecco cosa abbiamo scoperto nell’intervista che segue...

Un fantasma si aggira per Roma. Affisso sulle pareti, appiccicato un po’ ovunque (segnali stradali, cabine telefoniche o elettriche, fermate degli autobus, ecc.) scruta, urlante e sofferente, il frenetico passaggio dei cittadini della Capitale. Così, indossati i panni di cacciatori di fantasmi, abbiamo voluto incontrare Stoker, il creatore di questo spettro di strada, per farci raccontare un po’ di storie. Ci credete ai fantasmi? Noi sì, ed ecco cosa abbiamo scoperto nell’intervista che segue.

Ciao, innanzitutto racconta ai lettori di Uozzart chi sei e cosa fai.

Ciao! Sono M. e cerco di divertirmi facendo quello che mi piace. Nello specifico, disegno fantasmi.

Quando e come ti sei avvicinato alla street art?

Alla street art mi ci sono avvicinato parecchi anni fa, avevo meno di 18 anni, mia sorella cominciava a realizzare adesivi e un giorno le regalai la guida alla street art di Berlino. Grazie a questo libro scoprii che c’era un’infinità di artisti che si divertiva a decorare i citofoni con piccoli adesivi e disegni fatti col marker. M’innamorai subito!

C’è stato un momento preciso in cui ti sei detto: voglio fare lo street artist?

I momenti precisi in cui ho deciso di entrare in questo mondo sono stati due: il primo, probabilmente il meno riuscito, intorno ai 18 anni. Avevo da poco scoperto l’arte di Shepard Fairey in una libreria di Roma e decisi di “copiarlo” usando la mia faccia e un altro personaggio che s’ispirava a Majin Bu (della serie manga Dragon Ball n.d.r.). Solo che per stampare un metro per un metro di adesivi vinilici dovevo spendere una bella cifra e quindi al quarto metro quadrato abbandonai (ride n.d.r.).

Sono rimasto comunque un appassionato di questa forma d’arte e, sempre insieme a mia sorella, cominciai a collezionare serigrafie, stampe e opere di street art. Ricordo ancora che le prime due, di EMEK e dei Malleus, le prendemmo alla galleria The House of Love & Dissent dove c’era una mostra di Sten & Lex. Qualche tempo dopo riuscimmo ad accaparrarci delle opere di Lucamaleonte che ci accolse nel suo studio di San Lorenzo per consegnarcele. Passarono parecchi anni, forse una decina, mi ricordo che ero al MAAM e stavo assistendo, insieme con il mio amico Alessandro Z., alla realizzazione di due opere notevoli: una di NEMO’S e l’altra di Guerrilla Spam. Ad un certo punto ho guardato il mio amico e gli ho detto: <<Mi sa che ricomincio pure io>>. Naturalmente mi riferivo agli adesivi e così, pochi giorni dopo, i miei sticker erano pronti per essere attaccati.

Puoi darci la tua personale definizione di street art? Cos’è per te? Partiamo dal presupposto che al giorno d’oggi ogni persona ha una sua personale opinione e definizione di street art.

Da quando ho cominciato a fare quello che la gente definisce arte ho le idee sempre più confuse, non solo sulla street art, ma su tutta l’arte in generale. Non amo le definizioni ma direi che per me la street art è tutto ciò che può essere ricollegato all’arte che si trova in strada. Io, ad esempio, amo l’architettura e penso che anche questa sia una forma di street art.

Il writinig credo sia la prima forma di street art per come la conosciamo, se non vogliamo parlare dei muralisti messicani o, per lo meno, molti street artist arrivano dai graffiti. In effetti, per me la street art con la S maiuscola vuol dire enormi facciate o meno di palazzi con opere come: The London Police, How & Nosm e BLU per citarne alcuni.

Adesso parliamo del fantasma/mostro che accompagna tutte le tue avventure. Ha un nome? Quando è stato creato?

Sì, il mio fantasma ha un nome che è nato in realtà per la necessità di creare un profilo Instagram. Quando l’ho creato mi piaceva l’dea che la mia firma fosse solo “Il Fantasma”. Il nome Stoker deriva principalmente da tre cose: la prima è il surf, mia prima grande passione. Quando in acqua hai una buona condizione di vento e onde il surfista si dice stoked, che in romano potremmo tradurre con fomentato. Poi c’è Dracula, leggendario romanzo di Bram Stoker, che è stato il primo libro che ho letto di mia spontanea volontà. Per concludere stoker in inglese può assumere anche il significato di fuochista. Non a caso, il primissimo adesivo che ho realizzato pochi mesi prima del fantasma, era un rayogramma creato in camera oscura raffigurante un accendino con sopra un orecchino che rappresentava la fiamma.

Il fantasma in se è stato creato cinque anni fa, mi ricordo che non era un periodo felicissimo della mia vita e, infatti, il mio fantasma non è proprio allegro. Sentivo la necessità di esprimermi in qualche modo, ascoltavo Pioggia Sempre dei Colle Der Fomento e in pochi minuti me lo sono ritrovato sotto al naso. Un aneddoto divertente è quello che riguarda lo sfondo: volevo ispirarmi ad un adesivo trovato a Monteverde anni prima, che successivamente scoprii essere una collaborazione di un artista argentino con un certo Rodrigo Cha, questo adesivo rappresentava un Godzilla disegnato male in mezzo a dei palazzi.

Il giorno dopo aver visto questo sticker andai in libreria e, nella sezione fumetti, il primo titolo che lessi fu Il condom assassino di Ralph König. Così mi sono detto: il mio personaggio è un condom assassino! Aprii il libro e vidi subito quello che poi diventò lo sfondo del mio adesivo. Ovviamente non ci pensai due volte e comprai questo fumetto. Dopo un breve passaggio su Photoshop e dopo aver ridisegnato male il fantasma, proprio come quel Godzilla di R.Cha, mandai subito in stampa il mio fantasma. Una settimana dopo avevo i miei primi 2500 adesivi pronti per essere attaccati.

Da dove nasce questa idea? Raccontaci un po’ la genesi di questo tuo inseparabile amico.

L’idea nasce dal mio amore incondizionato per il genere horror: cinema, libri, fumetti e chi più ne ha più ne metta. Anche il tatuaggio che ho sulla schiena, una zucca di Halloween, ha contribuito in maniera determinante. Non dimentichiamoci poi del personaggio dei fumetti Spawn che ha influito molto nell’elaborazione di questa idea. Ricordo anche che, sin da piccolo, mi divertivo a disegnare e sagomare fantasmi disegnando le stanze di un castello su un quaderno e facendo dei tagli sulle pagine di modo che questi potessero spostarsi da una stanza all’altra.

I tuoi lavori si trovano molto spesso nelle strade di Roma. Che rapporto hai con questa città?

Il rapporto che ho con Roma forse è il vero movente che mi spinge a continuare a fare questa cosa. Posso dire di essere un fiero romano da dieci generazioni e ricordo benissimo quando iniziai a camminare da solo per la città a 18 anni. Al tempo frequentavo un’accademia teatrale vicino a corso Vittorio e, girovagando per quelle strade, scoprii alcuni street artist internazionali. Questo mi fece aprire gli occhi sulla scena romana e così cominciai a notare gli adesivi e i lavori di Elio Varuna, Pino Boresta, UNO, quelli della Roman skateboard che, non posso negare, sono tra i miei preferiti, e quelli del grande CURT. Amo tutto della mia città anche i suoi problemi, ed è forse nelle zone più disagiate di questa città che vedo meglio posizionato il mio “amico sofferente”.

Hai lavori sparsi in altre città/nazioni/continenti?

Mi piace viaggiare, lo ammetto, ma non mi sentirei troppo a mio agio a fare in altre città quello che faccio a Roma. Naturalmente ci sono delle eccezioni che riguardano i luoghi che amo: alcune località surfistiche come Canarie, Marocco, Portogallo e Spagna oppure città come Parigi, Napoli e Firenze.

I tuoi lavori sono realizzati principalmente su poster e sticker. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di lavorare con queste due tecniche?

I vantaggi di lavorare con adesivi e poster sono molti: il tempo per mettere un adesivo o un poster, spesso in zone molto frequentate, riduce drasticamente il rischio di essere beccato. Poi, come è risaputo, Roma è piena di tag, pezzi, flop e altro quindi, generalmente, trovarsi tutti i muri già occupati non è il massimo. Con un’asta, un poster già pronto e un po’ di colla si risolve il problema! Così facendo posso attaccare le mie creazioni più in alto guadagnando così una posizione spesso migliore per chi guarda. Gli svantaggi non lo so quali possano essere. Sicuramente un poster ha una durata minore rispetto ad un pezzo dipinto direttamente sul muro.

Se non mi sbaglio, di tanto in tanto, ti sei cimentato anche con gli stencil. Ti va di raccontarci perché e qual è la tua tecnica preferita?

La domanda: <<perché stencil?>> me la pongo anche io ogni volta che ne comincio uno! Non amo farli, ho difficoltà con le cose precise e tendo a calcare troppo con la lama. Ho sempre avuto problemi anche con la calligrafia perché fare le cose con precisione mi crea sempre un po’ di stress. Se devo parlare invece della tecnica che amo di più è sicuramente pennello e smalti: la consistenza del colore, spalmare il colore sul foglio o sulla tela mi dà un piacere unico. Da circa un annetto mi sto cimentando anche con gli spray e i rulli. Li trovo pratici, veloci e molto divertenti.

Parliamo un momento delle tue collaborazioni. Per te, quanto sono importanti? Cosa significa lavorare a più mani su un opera di street art?

Beh, nel film Ghostbuster  dicevano: <<Mai incrociare i flussi!>> Ma poi, con questa tecnica, hanno sconfitto Gozer (ride n.d.r.). Scherzi a parte, per me è molto importante lavorare con gli altri e alcuni dei miei adesivi preferiti sono proprio il risultato di collaborazioni come quella tra Dead By It con Regelverk o quella di Zombie Art Squad con Späm.

La mia prima collabo fu con Roberto Dramis, all’epoca conosciuto come Enigmaregis che è uno dei fondatori della Glue Squad World Wide. Roberto lo conobbi perché il suo studio di tatuaggi aveva in vendita gli adesivi di Standard. Chiacchierando con Roberto, la sera stessa in cui lo conobbi, creai una piccola bozza per la nostra collaborazione. Ancora oggi siamo ottimi amici e devo sicuramente ringraziare lui per alcuni progetti in arrivo.

Ci sono degli street artist con cui ti piacerebbe collaborare?

Gli artisti con i quali sarei felice di collaborare sono molti! Partendo dai romani direi JBrock, Lucamaleonte e Sten & Lex, che sono gli artisti che mi hanno fatto innamorare di questa forma d’arte. Diciamo che su questo tema delle collaborazioni sono in arrivo parecchie novità. Molte buone collabo sono già state fatte ma ciò non toglie che si possano rifare, anzi.

Da dove prendi ispirazione? Ci sono degli artisti (italiani e non) che hanno influenzato in maniera sensibile il tuo modo di approcciarti all’arte urbana o ai quali ti sei ispirato?

Grazie per questa domanda! Devo dire che sono molti gli artisti che mi hanno ispirato, il primo sicuramente è HERO, un writer molto attivo nella mia zona. CURT e Murphy per gli adesivi e poi direi Standard, Merio, JBROCK, Trash Secco per quello che riguarda Roma. Fuori dall’Italia ci sono artisti come The London Police, D*Face, EVOL, ex membro dei FUCKYOURCREW, solo per citarne alcuni, che mi hanno influenzato molto. In generale però devo dire che cerco di fare a modo mio e trovare ispirazione da ogni tipo di arte partendo dal cinema e passando per la letteratura e i fumetti. Tra i miei artisti preferiti non possono non citare Francis Bacon, Otto Dix, Pablo Picasso. Se c’è qualcosa che proverò sicuramente a fare nel futuro è quella di unire l’arte alla fotografia, così come il grande JR.

Sei uno street artist che ama proteggere la sua identità. Non ti chiederemo naturalmente di svelarla, ma puoi dirci se ci sono e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di avere un’identità misteriosa?

La mia identità preferirei non svelarla al pubblico per il semplice fatto che voglio sentirmi libero e mantenere l’aspetto “vandalico” di questa forma d’arte. Vorrei continuare ad avere la libertà di fare ciò che “non si potrebbe”. In generale però quando sono in strada non mi faccio molti problemi, anzi tendo spesso a confrontarmi con la gente che si ferma per farmi delle domande.

Che idea ti sei fatto della diffusione sempre più massiccia di una street art legale (murales, festival, ecc.) e autorizzata?

La street art legalizzata ci ha regalato delle opere notevoli, certo non tutte. Credo che sia importante non snaturare l’origine di questa forma d’arte e il movente che spinge un artista a cimentarsi con la street art. Provo a spiegarmi meglio con un esempio: se io fossi un attore e il mio agente mi proponesse i provini per fare il carramba boy, a me passerebbe la voglia.

E invece cosa pensi della street art non autorizzata? Mi spiego meglio. Per un artista ha ancora senso rischiare di avere grane con la polizia?

Io penso che, come in fotografia ci sono tre passaggi fondamentali, dai quali non si scappa, che sono ripresa, sviluppo e stampa, così è anche per un’opera di street art. Progettare un disegno in base al quartiere o anche solo alla storia del luogo ad esempio, realizzarlo, e poi guardarlo, ascoltando i pareri del pubblico. Se ci pensiamo, l’arte illegale tiene in considerazione un altro aspetto da non sottovalutare, quello di non farsi beccare che, agli occhi di chi guarda l’opera, non è una cosa da poco.

Nel momento in cui, per lo meno io, vedo un’opera illegale su un muro, non mi arriva solo l’opera finita, ma anche il prima. M’immagino, appassionandomi non poco, al momento in cui è stato realizzato e alla libertà dell’artista che, “noncurante” delle regole, s’impone e “regala” al pubblico una cosa che non sarebbe stata realizzabile in altro modo. Quindi direi che sì, (poi dipende dai casi) vale ancora la pena. 

Tu hai sempre lavorato in maniera illegale? Oppure no?

No, io non ho lavorato sempre in maniera illegale, infatti un paio di anni fa sono stato coinvolto in un bell’evento di street art che mi vedeva protagonista nella sezione poster. Per tre giorni io e Marta Di Meglio (responsabile Up! Urban Prospective Factory e Blue Flow n.d.r.) siamo stati nel sottopassaggio di via delle Conce, a Roma, per attaccare una marea di poster. Ho partecipato ad un paio di mostre come ERMETIKA organizzata da Paolo “Gojo” Colasanti e una presso TAG -Tevere Art Gallery curata da Er Pinto e Yest.

Naturalmente non posso non citare il mega evento di poster art chiamato World Wide Wall. Con altri artisti romani abbiamo completamente tappezzato di poster da tutto il mondo una gigantesca parete qui a Roma. Ancora oggi, di tanto in tanto, me ne vado a Dragona perché li c’è un grande spazio dove è possibile dipingere legalmente. Uso quelle pareti principalmente per allenarmi con le bombolette spray.

Cosa ne pensi della crescente popolarità della street art? Un fenomeno ormai planetario e che sempre più spesso appassiona tante persone.

Penso di essere anche io una di quelle persone appassionate di cui parli. Quindi sono felice della sua crescente ascesa. Naturalmente, con l’aumentare degli artisti, aumentano sì le cose belle, ma anche quelle brutte. Credo sia fisiologico, un po’ come accade con Instagram, dove la gente dice che “ormai sono tutti fotografi”. In molti casi questa può essere una giusta osservazione, ma non sminuiamo chi fotografo lo è diventato veramente magari utilizzando per i suoi scatti un semplice telefono. Ecco, io credo che il mezzo e la tecnica non siano importanti, ma anzi credo che conti il movente, e quello si nota subito.

Sempre più di frequente l’arte di strada entra nei luoghi istituzionalizzati (musei, gallerie ecc.) tu cosa pensi al riguardo?

L’arte è arte, dentro o fuori un museo poco importa. Non ho assolutamente nulla in contrario se un artista di strada sceglie di essere esposto in galleria. Se esporre in un luogo istituzionale è un’ occasione per essere “ripagato” dei molti sacrifici fatti, perché no!

A tal proposito vorrei chiedere una tua opinione in merito al mercato dell’arte contemporanea. Mi spiego meglio: ormai da diversi anni, le gallerie e i collezionisti d’arte hanno preso ad interessarsi del fenomeno street art. Pensi che la street art possa essere venduta e commercializzata? Spiegaci il tuo punto di vista.

Mettiamola così, se mentre sono per strada ad attaccare, una persona si ferma e mi chiede un adesivo, io sono super contento di darglielo. Per me è un piacere enorme! Ma se, invece di una singola persona, diventano un gruppo, come può succedere magari ad un festival o in altre occasioni, io purtroppo non posso regalare tutto a tutti anche se, ti confesso, che per gli adesivi mi piacerebbe molto farlo. Quando si parla, ad esempio, di serigrafie o addirittura quadri, è necessario dare un valore economico a queste opere. Bisogna valutare bene il tempo impiegato e non parlo solo di quello che è servito per realizzare l’opera, ma anche tutte le esperienze che sono servite all’artista per arrivare a creare quella specifica opera. Ovviamente se poi parliamo di staccare l’opera da un muro pubblico per venderla, come dice mia sorella: <<Ti si devono mangiare i cani!>>

Qual è il tuo rapporto con i social network? Sempre più di frequente la street art viaggia moltissimo sulla rete. Secondo te, perché? Che idea ti sei fatto del fenomeno street art sul web?

Come ti ho raccontato, io sono uno di quegli artisti che ha sentito da subito il bisogno del supporto dei social network, ma che è sempre stato attento a non avere i social come scopo finale. Per quanto riguarda le collaborazioni a livello internazionale, Instagram, nello specifico, è stato fondamentale. Ad esempio, per la realizzazione del World Wide Wall, una mega posterata dove quattro anni fa io Merio, Tzingtao, K2M e Gabriele Mannarino abbiamo attaccato oltre 300 poster su di un muro di 20 metri.

Utilizzo i social principalmente per farmi conoscere o relazionarmi con gli altri, magari alcuni artisti che vengono da fuori e che possono aver bisogno di consigli sulla mia città. I social, a mio parere, sono importanti perché permettono di creare e sviluppare una rete che possa poi servire come supporto reciproco.

Che rapporto hai con i tuoi fan?

Beh, innanzi tutto fa piacere averne. Quindi direi buono.

Per concludere (dirai: finalmente!) ultime domande: Sogni e progetti da realizzare? Ne hai? Raccontaci tutto.

Ho il desiderio di andare a New York, di tornare a Parigi e a Napoli, che letteralmente me la sogno di notte. Mi piacerebbe visitare la Transilvana, conoscere Tim Burton e riuscire a creare un piccolo brand nel settore surf da onda. I primi adesivi che collezionavo erano quelli di noti brand come Volcom, Dragon Factory USA, Lost Surfboards e RVCA. Se mi fermo a pensare, forse non ho molti limiti.

Cosa vuoi dire ai lettori di Uozzart?

Ai lettori di Uozzart volevo dire grazie per aver letto questa intervista e grazie a te per avermela proposta. Continuate o cominciate a seguire il sito di Uozzart perché è davvero ricco di aggiornamenti e approfondimenti sull’arte a tutto tondo. Uozzart people siete bravi davvero. SHAKA!

Grazie infinite Stoker ci vediamo in strada… O in mare, vista la tua passione per il surf.

Contatto instagram: 5toker. Sito internet: http://www.stokermanifesto.com

Appassionato di arte, teatro, cinema, libri, spettacolo e cultura? Segui le nostre pagine FacebookTwitterGoogle News e iscriviti alla nostra newsletter.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: